Renzi: un estraneo all’Ulivo e alla sua tradizione?

1 novembre 2014 di fabio pizzul

A una settimana dalla contrapposizione tra piazza San Giovanni e Leopolda (anche se i due eventi non possono certo essere messi sullo stesso piano, ma questa è un’altra storia), mi pare interessante tentare qualche riflessione a mente fredda, si fa per dire.
Lo spunto viene da una stimolante e (come sempre) arguta lettera che Rosy Bindi ha voluto inviare ai tanti che in questi giorni hanno reagito alla sua intervista su “La Stampa”.
Condivido le argomentazioni di Rosy quando rivendica la possibilità e la necessità di esprimere opinioni diversificate all’interno del PD, sottoscrivo anche la necessità di non accomunare in un unico giudizio negativo tutti coloro che hanno vissuto gli anni difficili del ventennio berlusconiano.
Penso sia però importante anche non misurare il giudizio sull’oggi, e dunque su Renzi, con le categorie che hanno accompagnato la politica degli ultimi due decenni, o giù di lì.

Ecco la lettera di Rosy Bindi:

Dopo l’intervista a La Stampa mi avete scritto in molti e una risposta è doverosa. Ringrazio tutti di cuore per l’attenzione, a cominciare dai tanti che hanno apprezzato e condiviso il senso delle mie parole. A quanti hanno invece espresso critiche e riserve vorrei spiegare in modo più disteso le mie ragioni.
Sono andata alla manifestazione della Cgil perché credo sia giusto ascoltare il disagio e la protesta di una parte rilevante del mondo del lavoro. Sono convinta che il Pd non ne possa prescindere e non solo perché in Piazza San Giovanni c’erano tantissimi nostri elettori ma anche perché mi sta a cuore la dignità del lavoro. Non mi convince la delega al Jobs Act e non credo che per combattere la precarietà e la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, sia necessario ridurre i diritti dei lavoratori, cancellando ciò che resta di un art. 18, profondamente modificato appena due anni fa.
Penso di avere il diritto di esprimere le mie opinioni, come iscritta, sul mio partito e come parlamentare sulle leggi che devo votare. Come ho fatto anche sabato scorso, quando rispondendo ai giornalisti che mi chiedevano se mi sentivo in imbarazzo in una manifestazione contro il governo ho definito ‘imbarazzante’ l’evento della Leopolda.
Ancora oggi credo sia ‘imbarazzante’ per i militanti del Pd che in un una sede del tutto estranea il segretario discuta del futuro del Paese e della linea politica insieme ai vertici del partito e a buona parte dei ministri. Non era mai successo prima: alla Leopolda non è andata in scena una nuova riunione della direzione e neanche il convegno di una corrente. La Leopolda è stata di fatto l’incubatrice di un altro partito, come ha detto Renzi “oltre il Pd”. Affermare di voler andare “oltre il Pd” significa dichiarare che il Pd è superato e che si sta immaginando un altro soggetto politico. Non a caso, si è già indicata un’altra definizione e un’altra prospettiva, quella del partito nazione. Un partito populista e leaderistico, che vuole inglobare tutti superando in un colpo solo il bipolarismo e l’Ulivo che era nato proprio per costruire una democrazia partecipata e dell’alternanza. Un’operazione elettorale che approfitta della desertificazione della destra per inseguire gli elettori orfani del berlusconismo, sbattendo la porta in faccia non solo alle istanze di un milione di persone ma dell’intero movimento sindacale italiano. Se ne può discutere senza trasformare chi non è d’accordo nella ‘ vecchia guardia’ da dileggiare?
Bisognerebbe smettere di usare la rottamazione per nascondere le proprie intenzioni. In gioco ci sono le fondamenta del riformismo italiano e l’idea stessa di partito democratico, dove il pluralismo non è mai stato considerato un ostacolo ma una ricchezza da valorizzare per elaborare proposte efficaci di riforma e di cambiamento della società italiana. Non voglio mitizzare il cammino faticoso di questi anni, ne conosco bene limiti e ambiguità. Ma certo non mi arrendo allo snaturamento della nostra cultura politica. La rottamazione pretende di archiviare le persone e una fase storica senza alcun discernimento. Una scelta strategica riuscita, visto che si continua a parlare degli ultimi vent’anni come se tutti avessero le stesse responsabilità, senza distinguere tra i governi di centrosinistra e quelli di centrodestra, tra la stagione di Prodi, Ciampi, D’Alema e quella di Berlusconi, Bossi, Tremonti. Le differenze ci sono e andrebbero riconosciute per evitare derive qualunquiste che fanno male alla democrazia. Non siamo tutti uguali.
In questi vent’anni ho sempre agito con la schiena dritta e coerenza politica, ho lavorato per il rinnovamento della politica e delle istituzioni, non ho mai usato in modo improprio il mandato elettorale e da ministro ho fatto riforme profonde. Rivendico la mia storia ulivista e malgrado gli anatemi del segretario, continuerò a lavorare per tenere salde quelle radici.
La crisi italiana è profonda, attraversa il paese da Nord e Sud. Occorre davvero rispondere con urgenza al malessere sociale, alla povertà di tante famiglie, allo smarrimento dei giovani ma per farlo non serve prendere a schiaffi chi protesta, considerare una zavorra il 25% di elettori che ha contribuito al risultato delle europee, alimentare le divisioni. Serve al contrario fare sintesi, costruire unità e condivisione.

Rosy Bindi

Non mi sottraggo a qualche breve considerazione.
Ritengo ingeneroso liquidare il tentativo che si sta facendo come estraneo alla storia dell’Ulivo che è nato come espressione di pluralismo, apertura e innovazione e ha però bisogno di essere rideclinato secondo le diverse condizioni che il tempo inevitabilmente propone.
Dopo Prodi il centro sinistra non ha più avuto un leader capace di interpretare questo spirito e il PD non è riuscito, non solo per colpe sue, a viverlo fino in fondo.
Sapendo che l’attuale situazione è difficile e che lo stile di Matteo Renzi è spesso urticante e ruvido, credo però sia sbagliato assumere un atteggiamento di contrapposizione nei suoi confronti. Preferisco una critica costruttiva e propositiva, senza sconti, ma anche senza scomuniche reciproche che servono solo ad aumentare lo sconcerto dei tanti cittadini che da troppi anni attendono risposte a problemi concreti.
Condivido che occorra, come conclude Rosy, “fare sintesi, costruire unità e condivisione”, non mi pare lo si possa fare liquidando come di destra ed estraneo all’Ulivo il percorso di Renzi.
A mia volta ho più dubbi e domande che certezze sul futuro, so però una cosa e penso di doverla dire: mi sento stretto sia in piazza san Giovanni sia alla Leopolda. I cittadini guardano smarriti a questa contrapposizione, chiedono risposte e non slogan. Renzi pone grande energia nella sua azione, ma non convince chi tenta di capire quale sia il suo progetto di Paese e la sua cultura politica. Di converso, chi ogni giorno rivendica la propria solida cultura politica, difetta nel delineare proposte e azioni che diano riposte ai cittadini. Il Pd non può essere che una sintesi di questi due atteggiamenti, ma non può permettersi di perdere un solo minuto nell’azione di governo. Per questo penso che alternative a Matteo Renzi, oggi, non ne siano proprio. Tutto sta a capire se si vuole aiutarlo nella sfida di far ripartire l’Italia o affossarlo per tornare a vecchi equilibri politicamente convincenti, ma operativamente molto molto fragili.
Il dibattito è aperto.

4 commenti su “Renzi: un estraneo all’Ulivo e alla sua tradizione?

  1. Francesco Rubini

    Parto da due affermazioni:
    Mi sono iscritto al PD per Matteo, quando ancora le primarie erano lontane, perché ho creduto e credo fermamente nel suo progetto.
    Rispetto la Rosy perché la ritengo dotata di una levatura morale indiscutibile e di una ferma coerenza con il proprio pensiero, indipendentemente dal giudizio che se ne può avere, al di sopra di tanti tanti altri.
    Poi, si può condividere oppure no il pragmatismo e la strategia di Matteo (ed io lo condivido), si può condividere oppure no la linea politica di Rosy, ma credo che entrambi costituiscano aspetti diversi, insieme a tantissimi altri, tutti facenti parte del dna del Pd, della voglia di confrontarsi, di discutere, del non aver paura di portare avanti le proprie idee nel confronto interno, per poi essere gruppo unito e coeso nel sostenere – insieme, tutti – la linea definita dalla maggioranza, nel rispetto della democrazia, nel considerare le minoranze senza sminuire la volontà della maggioranza democratica.
    Del decisionismo (o velocità, o non-impantanamento, come lo vogliamo comunque chiamare) di Matteo ne avevamo (noi Italia, noi Europa) disperatamente bisogno. Se Monti ha fallito, se Letta ha fallito, è perché non hanno avuto il coraggio di utilizzare la forza, il consenso, la voglia popolare, per portare avanti un disegno di rinnovamento (non giudico qui se il loro disegno fosse giusto o sbagliato, semplicemente non hanno avuto la forza, il coraggio, di portarlo avanti con determinazione).
    Specialmente nella prima fase, ed in buona parte anche ora, il decisionismo, il non impantanamento, era ed è l’elemento essenziale della strategia di uscita dal baratro (sociale ed economico, ma anche di valori) in cui eravamo e nel quale ancora siamo, avendo però un po’ più alzato la testa dal livello della melma per guardare la sponda, nuotando faticosamente verso di essa, finalmente, permettendoci così, magari, di guardarci un po’ anche intorno, vedere se al nostro fianco ci sono altri nuotatori con cui fare l’ultimo tratto, qualche “compagno” e qualche “parte sociale” tesi anch’essi al raggiungimento del benessere comune.
    Abbiamo tuttora, ora più di prima, bisogno di elementi di confronto interno come la Rosy, con schiettezza, assenza di calcolato opportunismo, coerenza con il proprio pensiero.
    Non abbiamo bisogno di critiche sterili e non apportatrici di proposte concrete, di percorsi realmente praticabili , ma solo fini a se stesse e, magari, tenenti solo a cercare di fissare un po’ meglio il proprio sgabello.
    Solo dal confronto interno nasce la ricchezza di un grande Partito, di una grande idea sociale e riformatrice.

    Poi, occorre che qualcuno sintetizzi questa ricchezza di idee e le indirizzi, forte ed inarrestabile, in una ben precisa direzione. Soddisfarà tutte le idee apportate ? rispecchierà le intenzioni di tutti ? risolverà d’incanto tutti i bisogni di tutti ?
    Certamente no, ma se non si inizia a percorrere una strada, ad imboccarne una con decisione, ma si resta sterilmente all’incrocio discutendo sulla propria concezione di quale è il percorso migliore, allora si è destinati all’immobilismo, o peggio al farsi superare dalla storia, dalla società, dai bisogni della gente.
    Francesco Rubini

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  2. Marisa Sfondrini

    Sono vecchia d’età, ma non abbastanza per non poter giudicare “vecchie” le posizioni sia di piazza san Giovanni sia della Leopolda. Piazza san Giovanni perché ormai è chiaro che il sindacato così come si muove (e tutte e tre le sigle un tempo confederate hanno lo stesso stile pur con accentuazioni diverse). Con una disoccupazione giovanile alle stelle, una crisi che continua a “picchiare” è chiaro che lle riforme vanno ben oltre le vecchie metodologie (che nella mia memoria mi richiamano il mitico Sessantotto, sia per il sindacato sia per la Leopoldo: ma non viene in mente a nessuno i gruppi di autocoscienza delle femministe?). Abbiamo giovani economisti che criticano il “sistema economico occidentale”, nuove economie dei BRCS in piena espansione ma con logiche che non rispettano l’essere umano nella sua dignità… abbiamo un papa che denuncia con forza queste strategie fondamnetalmente antiuomo e non si cerca di considerare un progetto futuro che vada sulle linee di un progressivo cambiamento di politiche economiche basate esclusivamente sul mercato e sulle sue così dette leggi… Da un giovane capo di governo, circondato però da persone del suo clan quindi quasi sicuramente non critici robusti e tanto meno critici ascoltati, mi aspetterei non soltanto riforme di strutture esistenti, bensì proposta – anche se graduale, perché non tutto si fa in uno schioccare di didta – di strutture diverse… Perché in un mondo dove la ricchezza è tuttore considerata “un premio ai buoni” non si parla di economia che non esclude e butta praticamente nella spazzatura le parti residuali della scoiet’ che produce (giovanie vecchi)… Da un giovane vorrei davvero proposte giovani, che cominciassero a mettere il seme (non pretenderei di più) di un nuovo modo di gestire la società italiana ma anche mondiale… I giovani, si dice, non hanno più ideali e questo perché noi vecchi non glieli abbiamo consegnati, persi dietro le lucciole… E se un giovane capo del governo non sa (o non può) lanciare ideali proviamo a farlo noi, autorottamdno quel tanto che di stantio, di non più proponibile abbiamo dentro di noi. Non attaccandoci al nostro passato anche nobile, come infondo fa la Bindi, ma proprio sulla radice di questo passato, agendo nel presente, prospettare un futuro differente, anche radicalmente differente. Questo non dà voti nell’immediato, forse dà soltanto critiche e risatelle… ma anche i grandi “profeti” del passato sono stati “uccisi”… Oggi Bindi e Renzi servono e servono ancora, ma abbiamo urgente necessità di “profeti”. Parola di vecchia!

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  3. cristina M.

    Non mi ha fatto piacere vedere Rosy Bindi così in contrapposizione con l iniziativa della Leopolda. Non mi ha fatto piacere vedere la piazza colma di persone in difficoltà a cui la CGIL non mi pare abbia dato risposta alcuna. La crisi c è da anni, e le risposte messe in atto dagli ultimi leader pd non hanno dato contributi significativi. Diamo tempo a Renzi di trovare il suo ruolo in Europa e, conseguentemente, una linea concreta sul lavoro in Italia. Non credo serva a nessuno ostacolarlo ora.

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  4. Alessandro Radaelli

    La Bindi definendo imbarazzante la Leopolda e ribadendo le sue motivazioni conferma di voler screditare tutti quelli che stanno credendo in un progetto di rinnovamento del paese che oggi si sta attuando, mentre quando lei era classe dirigente nei precedenti 20 anni, non si è attuato.
    In realtà fino ad oggi non ha argomentato mai il suo dissenso nel merito, ma solo il suo contrasto personale e vendicativo contro Renzi. lei non propone un modello alternativo, tenta solo di distruggere unica possibilità oggi di cambiamento. Per questo non mi convincerà mai.
    Ma tu Fabio, mi chiedo, su quali basi dici di sentirti stretto alla Leopolda se non vi hai partecipato? e come fai ad affermare che siano esistiti “vecchi equilibri politicamente convincenti, ma operativamente molto molto fragili.”? Vorrei proprio comprendere dove si può riporre la convinzione politica: nel modello frastagliato dell’Unione? nel PD perdente di Bersani? o forse nell’antiberlusconismo (unico elemnto che ha fatto sintesi e unione nel periodo precedente)?
    In ultimo rispetto alla piazza occorre distinguere tra la legittima protesta del sindacato e la strumentalizzazione politica di una serie di personaggi del PD alla quale Rosy Bindi oggi si sta unendo (???). Sarebbe però interessante entrare nel merito delle contestazioni al Jobs Act. Bindi dice che non è convinta della delega… perchè? su cosa?
    Oggi abbiamo un bel progetto di riforme per il paese che sta procedendo per la prima volta a ritmo sostenuto, diamo una mano e contrastiamo chi ostacola… dissociati da Rosy Bindi!!

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