Il racconto della libertà: una domenica in sinagoga

15 settembre 2014 di fabio pizzul

Grande partecipazione, presso la Sinagoga centrale di via della Guastalla a Milano, all’incontro inaugurale di “Jewish and the city” in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica. Due i temi a far da filo conduttore: la Pesach, ovvero il passaggio dalla schiavitù alla libertà, scelto per la seconda edizione del festival e la donna, tema della Giornata.
Il presidente della comunità ebraica milanese, Walter Meghnagi, ha voluto sottolineare come l’iniziativa abbia avuto il merito di rilanciare la necessità del dialogo e dell’incontro tra diversi nella città, con l’obiettivo di dire con chiarezza come sia necessario ribadire la sacralità della vita, soprattutto di fronte ai barbari atti di violenza cui stiamo assistendo.

Rav Arbib, rabbino della comunità milanese, ha collegato i temi “difficili” della donna e della libertà citando il racconto biblico del vitello d’oro. Le uniche ad opporsi alla follia collettiva dell’idolatri, racconta la tradizione ebraica, furono le donne, che si rifiutarono di regalare il proprio oro per costruire l’idolo. E molte di loro vennero costrette con la forza. La libertà, secondo rav Arbib, può essere letta proprio come capacità di esercitare il proprio pensiero critico, di non aderire alla massa e alle sue azioni spesso nefaste.
Rav Benedetto Carucci Viterbi, preside delle scuole della comunità ebraica di Roma, si è soffermato sul significato della Pesach, che trova nel racconto la sua esplicitazione più suggestiva e concreta. La celebrazione dell’uscita dall’Egitto nella festa di Pesach, ha spiegato Carucci, ha come momento fondativo la lettura della Haggadà. “Riflettere sulla libertà significa ragionare sul raccontare. Come ci insegnano numerose storielle chassidiche, narrate da Gershon Sholem e da S.Y. Agnon, raccontare e fare sono la stessa cosa e non a caso l’ebraico usa lo stesso termine, DAVAR, per dire parola e cosa. Perché raccontare aiuta ciascuno di noi a costruirsi, a creare una identità. (…) Insomma non basta sapere, non basta conoscere le cose: dobbiamo imparare a narrarle, a pronunciarle, solo così possiamo capire e salvarci. Pesach significa saltare, andare oltre, ma vuol dire anche pe-sach, bocca che parla, bocca che racconta”.
Nella tradizione ebraica è molto presente l’idea della parola che crea, della parola che, ha detto ancora rav Carucci “ci rende quello che siamo. E a pensarci bene la stessa Creazione è racconto puro: Dio crea parlando, Dio parla creando”.
La mattinata in sinagoga si è chiusa con l’intervento di Joele Dix, a quanto pare molto apprezzato, che personalmente non ho potuto ascoltare perché chiamato a un altro impegno, vi rimando però alla sintesi curata dal sito della comunità ebraica, ha vari spunti interessanti.

L’intervento di Gioele Dix

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