A parole si difende la famiglia, nei fatti, le separazioni

17 giugno 2014 di fabio pizzul

Tanta retorica sulla famiglia, ma, nei fatti, tante contraddizioni, discriminazioni e scelte discutibili.
Il Consiglio regionale ha approvato oggi, con i voti della sola maggioranza, una legge dedicata ai coniugi separati o divorziati. Già dalla scorsa legislatura il PD aveva presentato un provvedimento analogo, ma la scelta della maggioranza di limitare i sussidi a chi aveva contratto matrimonio e risiede da almeno cinque anni in Lombardia ha impedito di trovare un accordo unanime.
Quello che poteva e doveva essere un provvedimento a sostegno di una delle nuove povertà emergenti, quella dei genitori che si trovano a dover affrontare da soli la crescita dei figli, si è trasformata in una sorta di manifesto di miopia e chiusure. Sino al punto da riservare il sostegno a coloro che troncano un matrimonio civile o religioso, con il paradosso che una misura di sostegno alla povertà rischia di diventare un aiuto alle separazioni.

Nello stesso articolato della legge, frutto di un cammino accidentato e pasticciato in commissione, con il relatore messo sotto stretto controllo (oserei dire quasi tutela) dall’assessore alla famiglia Cantù, ci sono indicazioni contraddittorie riguardo i destinatari del provvedimento: dapprima vengono definiti nei coniugi divorziati o separati con figli minori a carico, in altro articolo si aggiungono i figli disabili, in altro ancora i figli maggiorenni. Il mistero rimane.
Così come rimangono tutti i dubbi riguardo l’esclusione dal provvedimento dei conviventi more uxorio e dei genitori di figli naturali: solo chi ha deciso di separararsi o divorziare dopo aver contratto matrimonio è considerato degno di aiuto. L’assessore Cantù si è spinta ad affermare che chi rimane solo e in difficoltà senza essersi sposato è vittima della sua scelta!
Siamo stati accusati di voler introdurre un riconoscimento surretizio delle coppie di fatto o di voler distruggere il matrimonio, abbiamo semplicemente tentato di evitare che una legge per i genitori in difficoltà si trasformasse in un pasticcio all’insegna della retorica a favore della famiglia, senza attenzione reale per i più deboli e possibilità di individuare le reali situazioni di difficoltà.
Le affermazioni di fedeltà all’istituto del matrimonio ascoltate in aula cozzano, purtroppo, contro un provvedimento che ci pare perda l’occasione di aiutare, senza troppi risvolti ideologici, chi è davvero in difficoltà.
La maggioranza ha tentato di giustificare le scelte parziali fatte con il fatto che ci sono poche risorse (4 i milioni messi a disposizione per il primo anno) e che pertanto bisogna privilegiare chi ha scelto il matrimonio come segno di responsabilità. Peccato che questa legge, se letta a partire dal matrimonio e non delle situazioni di povertà, rischi di essere una sorta di agevolazione alla rottura del legame matrimoniale.
Da qui il voto contrario del PD. Abbiamo sperato fino all’ultimo di poter aiutare la maggioranza a correggere il tiro, ma non c’è stato verso di farlo. Con un ulteriore paradosso: è stato votato a larga maggioranza un ordine del giorno, proposto da Forza Italia e Lista Maroni, che invita la Giunta a prendere in considerazione la possibilità di allargare i benefici della legge anche ai non coniugati. Ma, allora, perché non accettare fin da subito le modifiche da noi proposte?
Difficile dare una risposta a questa domanda. Spero, comunque, che si possa tornare presto a parlare di famiglia in consiglio regionale lasciando da parte atteggiamenti pregiudiziali e sterili contrapposizioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *