La morte di Marco Anghileri sul Monte Bianco

18 marzo 2014 di fabio pizzul

Sono rimasto molto colpito dalla notizia della morte di Marco Anghileri, alpinista lecchese, tra i più forti a livello internazionale. Il suo corpo è stato trovato lunedì mattina alla base del pilone centrale del Freney al Monte Bianco. Anghileri aveva 41 anni e lascia moglie e due figli. Non è ancora chiaro che cosa possa aver provocato il volo di 600 metri in cui ha perso la vita. A quanto pare, aveva portato a termine la prima invernale di una via estremamente impegnativa, la Jori Bardill. Alle 13 di venerdì era stato avvistato poco sotto la cuspide sommitale, ma poi qualcosa non è andato nel verso giusto.

Non conoscevo direttamente Anghileri, l’ho incrociato un paio di volte in manifestazioni a Lecco. Seguivo con grande simpatia e ammirazione le sue imprese e mi ha sempre impressionato la sua determinazione nel tentare nuove vie di difficoltà crescente, in una sorta di sfida con la montagna e con se stesso.
Di fronte a una morte in montagna, viene da chiedersi: ma ne vale la pena? Non ci sono valori e affetti più importanti che vengono messi a rischio per una sfida che ha una dose di incoscienza?
Non mi pare che questo riguardi la vicenda di Anghileri, che mi risulta fosse molto preciso, scrupoloso e consapevole dei rischi che affrontava. Rimane il mistero di una morte che lascia senza parole.
Mi paiono però importanti altre considerazioni.
Seguire la propria passione e farlo mettendosi continuamente alla prova, senza risparmiasi, è un modo di vivere pienamente, senza mediocrità, la propria vita.
Oggi siamo immersi nella mediocrità, nel pressapochismo e nel lasciarsi vivere, senza chiedere il massimo, ma spesso neppure il minimo, a se stessi e agli altri. Il rischio è quello di finire in una vita vuota di senso e di passione, semmai caratterizzata da viaggi virtuali o artificiali che non sono altro che surrogati della pienezza possibile.
La sfida con la montagna, ma soprattutto con se stessi alla ricerca e nel riconoscimento del proprio limite, mi pare un modo di vivere in pienezza. C’è, in parte, il rischio di un percorso egoistico, che mette prima la propria passione rispetto agli affetti e agli altri con cui si sono creati legami forti, ma è più grande il rischio di affondare tutto nella mediocrità, il male del nostro tempo disperato.
Leggendo il resoconto giornalistico della morte di Anghileri, ho trovato un particolare che mi ha fatto pensare: Marco avrebbe inviato un SMS, forse l’ultimo, a un amico scrivendo “sono nel posto più bello del mondo”.
Sapendo quello che sarebbe accaduto di lì a poco, una frase del genere fa venire i brividi. Il posto più bello del mondo per chi crede evoca il Paradiso, ovvero il luogo in cui la propria passione si trasforma nell’incontro con l’Assoluto. Nulla toglie all’enorme vuoto lasciato dalla morte, ma pensare che il proprio destino terreno si compia nel posto più bello del mondo fa riflettere e fa riecheggiare le parole di un canto tradizionale che la gente di montagna eleva al Signore in ricordo di un amico scomparso: “Ti preghiamo, su nel Paradiso, lascialo andare per le tue montagne”.
La tristezza in chi ha conosciuto e apprezzato Anghileri in queste ore è grande, ma la sua vita è un richiamo, fondamentale in tempi di passioni tristi e di mediocrità, a puntare in alto e a non accontentarsi di lasciarsi vivere.
Chiedo scusa, a chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui, per la banalità e la retorica e porgo le mie condoglianze più sincere ai familiari di Marco Anghileri.

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