Il federalismo della prostituzione

5 marzo 2014 di fabio pizzul

Un referendum per l’abrogazione, parziale, della legge Merlin che nel febbraio 1958 aveva stabilito la chiusura delle case chiuse in Italia e aveva regolamentato un fenomeno come la prostituzione affermando una nuova dignità per la condizione della donna.
Lo propone la Lega con l’idea di andare oltre l’ipocrisia del fare finta di nulla di fronte allo sfruttamento delle donne e della presenza in strada, sui giornali e sotto la copertura di attività commerciali varie di un vero e proprio esercito del sesso a pagamento. E, a proposito di denari, la riapertura regolata delle case chiuse, attraverso l’abolizione parziale della legge Merlin, rappresenterebbe, secondo la Lega, una possibilità di interessante introito fiscale per lo Stato.
Se ne è discusso oggi in commissione Affari Istituzionali dove, a nome del PD, ho espresso un giudizio negativo sull’iniziativa.
E ho anche sentito sostenere che gli stati a regime federale sono più efficienti nella gestione della prostituzione, della serie: “prostitute e buoi dei paesi tuoi”…
Battute (più o meno felici) a parte, vi riassumo il dibattito (domani, se riesco, vi linko anche l’audio).

Sono stato accusato, in sequenza, di moralismo di stampo cattolico, di linguaggio politichese, di arrampicata sui muri, di volontà di non cambiare nulla di una legge di oltre 50 anni fa…
Provo a raccontare in breve il mio intervento.
Ho apprezzato, anzitutto, il tono pacato (è vero, non è ironia) con cui il capogruppo leghista Romeo ha presentato la proposta di referendum in commissione, lontanissimo dai toni con cui era stata presentata sulla stampa all’insegna della riapertura delle case chiuse e della possibilità di rimpinguare le casse statali facendo pagare le tasse alle prostitute.
Non ritengo, comunque, adeguato lo strumento di un referendum abrogativo perché avrebbe l’unico effetto di cancellare una parte di una legge senza fornire strumenti nuovi per gestire il delicato fenomeno della prostituzione. La stessa idea che attraverso il referendum si possa smuovere una situazione che da anni è bloccata e che si possa così dare voce ai cittadini per promuovere un dibattito non mi convince: attraverso il referendum si crea piuttosto un clima di opposte tifoserie e di potenziale strumentalizzazione populistica della questione.
La legge Merlin va modificata e aggiornata, su questo non ci sono dubbi. Lo testimonia anche la proposta di legge depositata a dicembre da alcune esponenti del Pd in Parlamento. Il provvedimento si pone come obiettivo un forte sostegno al reinserimento sociale di chi decide di interrompere l’attività di prostituzione e un inasprimento delle pene per chi sfrutta, gestisce o induce l’altrui prostituzione e ne trae profitto. Viene prevista anche la non punibilità di chi esercita l’attività purché lo faccia non in luogo pubblico, non in presenza di minori, con certificazione di idoneità psico-fisica da parte dell’ASL e dopo averne dato comunicazione alla competente sede della Camera di Commercio. I lavoratori autorizzati saranno assoggettati al regime fiscale e previdenziale previsto dalla legge. Il testo introduce poi sommariamente alcune norme sanitarie e la possibilità per i lavoratori di costituirsi come cooperativa.
Temi molto delicati, me ne rendo conto, temi che richiedono un dibattito approfondito e pacato per evitare qualsiasi deriva all’insegna della possibilità di considerare lo Stato come promotore o sostenitore della prostituzione. L’elemento centrale del dibattito deve rimanere la lotta a qualsiasi sfruttamento delle persone e la preoccupazione della difesa della loro dignità.
Puntare a un referendum abrogativo, per di più senza passare dalla raccolta popolare di firme ma puntando sull’approvazione da parte di cinque consigli regionali, non mi pare rispettoso della necessità di un dibattito serio su un tema così delicato. Il rischio è che passi anche un messaggio all’insegna del pragmatismo che cancella, di fatto, anche il valore storico di una legge come la Merlin che ha rappresentato una grande conquista dal punto di vista sociale e l’affermazione della dignità della donna in una società profondamente sessista. Superare la legge Merlin è ormai opportuno, cancellarla con un colpo di spugna mi pare davvero eccessivo e poco sensato.
I ragionamenti fatti fin qui attengono alla politica e alla necessità di regolare un fenomeno esistente e massiccio. Altro è l’aspetto morale: la prostituzione, sotto quel punto di vista, rimane un fenomeno da combattere e un evidente affronto alla dignità della persona.
Mi permetto anche di tornare sulla questione centrale dello sfruttamento: quella della libera scelta da parte di persone che scelgono di svolgere la professione più antica del mondo mi suona come un’ipocrisia bella e buona. Ci saranno anche casi del genere, ma il dramma dello sfruttamento legato alla prostituzione mi pare l’aspetto più importante e lo strumento referendario rischia di non rendere ragione di questo.
Ho ascoltato attentamente le considerazioni di chi invita al pragmatismo e sostiene che solo con un’azione forte e decisa come il referendum sia possibile smuovere l’inerzia del Parlamento, ma non mi hanno convinto.
Rimane, quindi, l’orientamento negativo del Pd verso la proposta di referendum abrogativo parziale della legge Merlin e l’auspicio che il Parlamento possa legiferare al proposito.

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