Riflessioni a un anno dalle dimissioni di Benedetto XVI

11 febbraio 2014 di fabio pizzul

Esattamente un anno fa giungeva, improvvisa, la rinuncia di Benedetto XVI al papato. A distanza di tempo si può apprezzare il coraggio e lo spirito di autentico servizio con cui Joseph Ratzinger ha scelto, in piena coscienza e dopo aver a lungo pregato, di porre in atto questo gesto che molti hanno giustamente definito rivoluzionario.

Ricordo le prime reazioni all’annuncio del Papa, un misto di stupore e incredulità con l’immancabile dose di dietrologie riguardo possibili congiure di palazzo piuttosto che di oscure altre trame di potere. Al di là di ogni possibile valutazione storica, che non può certo spettare a noi contemporanei, mi pare che si debba sottolineare il forte aspetto spirituale delle dimissioni di Benedetto XVI come un fortissimo richiamo alla necessità di ribadire il primato di Dio sulla Chiesa e alla conseguente riconsiderazione del ruolo di chiunque eserciti una funzione di potere (meglio sarebbe dire di servizio) in essa.
Vi propongo la lettura di un bell’articolo di Giuseppe Savagnone su www.vinonuovo.it, corredato da vari commenti di diverso tenore. qui il link all’articolo

Mi limito, per concludere, a un’ulteriore breve riflessione che esula dalla dimensione ecclesiale.
Nel gesto della rinuncia c’è un forte invito, come scrive anche Savagnone, alla desacralizzazione del ruolo di papa e a una maggiore collegialità nell’interpretazione del ministero petrino. Al di là degli echi martiniani (ammetto una mia “deformazione” tipicamente ambrosiana) di queste considerazioni, credo che si possa provare ad abbozzare anche qualche riflessione di stampo più laico:
– talvolta il tirarsi indietro non è viltà, ma consapevolezza della necessità che si possa dare il proprio contributo anche senza essere protagonisti in prima persona, perchè la posta in gioco non è l’affermazione personale, ma il cammino comune
– la libertà di poter scegliere è bene prezioso, perchè troppo spesso si è vincolati da pressioni, accordi, promesse…
– il riconoscere la propria debolezza non è una sconfitta, dimostra il coraggio di sapersi affidare e fidare degli altri
– lasciare il testimone a chi viene dopo senza cedere alla tentazione di continuare a dire la propria per dimostrare che si conta ancora qualcosa è un esempio di potenza straordinaria che indica una corretta concezione del potere
– il rapporto non conflittuale tra chi lascia e e chi arriva non è mai scontato, ma è testimonianza del fatto che conta più la meta comune che l’affermazione di se stessi

Mi fermo qui. Anche perché c’è già abbastanza materiale per riflettere. Soprattutto per chi fa politica.

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