Il 2014, anno decisivo per l’Europa

28 dicembre 2013 di fabio pizzul

A poche ore dall’inizio del 2014, mi pare opportuno rilanciare una riflessione sull’Europa proposta da Gianni Borsa sul sito dell’Azione Cattolica nazionale. Contiene spunti interessanti riguardo la scelta che tutti noi saremo chiamati a fare nelle prossime elezioni europee di maggio. Se a questo aggiungete il semestre di presidenza italiano che scatterà il 1° luglio 2014, potete ben capire quanto sia cruciale l’anno in arrivo per il futuro dell’Europa e dell’Italia in essa.

L’Europa dei populismi alla ricerca di una nuova speranza

di Gianni Borsa, giornalista del Sir e direttore di Segno

Sul fatto che il 2014 sarà un anno cruciale per l’Europa e per l’integrazione politica i dubbi sono ormai pochi. Il continente è pressato da sei anni di crisi economica, la quale ha creato milioni di disoccupati e portato ristrettezze e timori in quasi tutte le famiglie; in ogni Paese, anche quelli che hanno subito in maniera più contenuta gli effetti della grande recessione, montano malcontento, proteste di piazza, forconi e populismi. Per una molteplicità di ragioni – talvolta plausibili, in altri casi assolutamente infondate, create ad arte da politici inadeguati e da media complici – l’Europa è stata direttamente accostata alla stessa crisi: qualcuno ha sostenuto e sostiene, anche in Italia, che tutta la colpa sia della moneta unica, facile capro espiatorio per chi non intende fare i conti con la realtà.

Perché la realtà è un’altra: la crisi, nata negli Stati Uniti, ha investito i mercati finanziari, poi le banche, quindi le imprese, per piombare su lavoratori e famiglie, e ora pretende risposte dimensionate alle sfide. Ovvero, le economie di Italia, Francia, persino della Germania, e di tutti gli altri paesi europei al seguito, sono troppo piccole per reggere l’onda d’urto dei mercati globalizzati e di competitori del peso di Cina, Usa, Giappone, Russia, Brasile, India… Per “stare sulla piazza”, per reggere la concorrenza, occorre fare massa, creare un mercato unico europeo forte e dinamico, con politiche comuni per quanto riguarda energia, infrastrutture e ricerca, con imprese che puntano all’innovazione dei processi e dei prodotti, mostrando una vocazione internazionale rafforzata, la quale ha bisogno di avere alle spalle un solido attore politico: nella situazione data, tale attore non può che essere l’Ue. Una Unione certamente più coesa dell’attuale, posta in grado di agire, liberata dagli egoismi nazionali e dai protezionismi che ancora tentano i governi degli Stati aderenti. Una Unione politica che faccia da collante e dia senso all’unione economica e monetaria, all’unione bancaria e a quella di bilancio, con una “dimensione sociale” moderna ed efficiente. Come hanno spiegato molti economisti e tanti politici di caratura europea, “l’Europa è parte della risposta” ai problemi attuali, non la causa.

Detto questo, rimane un diffuso sentire popolare eurodeluso, che da una parte si spiega con la distanza fra cittadini e istituzioni politiche (sia nazionali che comunitarie), dall’altra fa riferimento a tanti malesseri radicati, che proprio nell’Europa sembrano aver trovato una valvola di sfogo. Così, paradossalmente, nelle strade di Roma e di Londra, di Atene e di Madrid, partiti euroscettici e populisti di varie coloriture (cavalcati dalla francese Marine Le Pen, dal britannico Nigel Farage, dagli italiani Grillo e Salvini, fino ai leader delle forze antieuropee che vanno per la maggiore in Grecia, Paesi Bassi, Finlandia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria…) prendono le distanze da Bruxelles, mentre la gente nelle piazze dell’Ucraina chiede libertà e diritti sventolando la bandiera con dodici stelle su fondo blu.

Dunque il 2014 metterà a confronto il credo europeista di alcuni con le mire nazionaliste di (tanti) altri. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, fissate a fine maggio, che coinvolgeranno 500 milioni di cittadini Ue, diranno quanto sia avanzato il “mal d’Europa” e quanti sono, invece, coloro che credono ancora al progetto della “casa comune” e ai suoi valori fondativi di pace, solidarietà, sussidiarietà.

In questo frangente così delicato, anche la Chiesa nel suo insieme – e ovviamente l’Azione cattolica – deve interrogarsi su come muoversi. Dietro di noi ci sono mezzo secolo di esempi politici pro-Europa (De Gasperi, Schuman, Adenauer, Kohl, Delors…) e un magistero che sta dalla parte dell’Unione, intesa come realtà politica volta alla convivenza tra i popoli e al servizio del benessere dei cittadini. La stessa Chiesa non ha peraltro mancato, in tempi lontani e in altri recentissimi, di sottolineare i punti deboli della costruzione comunitaria, specialmente laddove questa sembra passar sopra a principi essenziali quali il rispetto per la vita, la promozione della famiglia, la tutela delle diversità culturali e sociali che contraddistinguono e caratterizzano una “Europa plurale”, unita nella diversità. Eppure per parte cattolica – ma anche da altre confessioni cristiane – la scelta europeista è sempre stata piuttosto chiara: lo conferma senza ombra di dubbio la “Ecclesia in Europa”, esortazione apostolica di papa Giovanni Paolo II, probabilmente il punto più avanzato dell’insegnamento ecclesiale sull’Europa, che nel 2013 ha compiuto dieci anni.

L’Europa – i suoi popoli, i suoi territori, le sue culture e lingue, i suoi governanti – hanno del resto necessità di una luce, di un’anima, di una rinnovata speranza che diano senso al cammino quotidiano e ispirino l’azione di lungo periodo delle stesse istituzioni politiche. “Il Vangelo della speranza, consegnato alla Chiesa e da lei assimilato, chiede di essere ogni giorno annunciato e testimoniato. […] È questa la missione della Chiesa oggi in Europa. […] Chiesa in Europa, la ‘nuova evangelizzazione’ è il compito che ti attende”. Così scriveva Giovanni Paolo II. E la missione di annunciare Gesù a tutti i popoli incrocia oggi le strade dell’Europa del terzo millennio: è una “nuova frontiera” per i cristiani, alla quale non è possibile sottrarsi se non per diserzione, e che passa sia per la via “spirituale” sia per quella dell’impegno laicale nelle realtà della politica, dell’economia, dell’esistenza quotidiana. L’Europa può essere un moderno areopago che attende l’annuncio della “buona notizia”. Papa Francesco invita a portare, con coraggio e con umiltà, l’annuncio di speranza e di misericordia in ogni angolo della Terra: dunque anche l’Europa attende la testimonianza dei credenti.

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