Di fronte alla crisi politica e culturale. Un leader non basta.

16 novembre 2013 di fabio pizzul

Rilancio volentieri una riflessione che l’on. Ernesto Preziosi ha pubblicato sul sito dell’associazione “Argomenti 2000”. Oltre ad essere un primo bilancio della sua attività parlamentare, l’articolo propone interessanti passaggi su quella che definirei la necessità di riconoscere il limite della politica (e in essa dei partiti) per arricchirlo con un cammino largo e condiviso che vada a intercettare le forze buone della società. Una sfida culturale, prima ancora che politica, a cui chi lavora nelle istituzioni non può sottrarsi.
Buona lettura.

Se teniamo sullo sfondo il Paese, i suoi problemi, le difficoltà che investono una parte
sempre più estesa della popolazione, forse potremmo cogliere in maniera diversa la situazione politica, la crisi evidente dei partiti, i rischi che vive la fragile democrazia. Ma è necessario avere questo sguardo. Se invece ci si pone dentro le dinamiche dei partiti o ci si fa catturare delle seduzioni dei sondaggi su cui modulare affermazioni e programmi, se si finisce per accarezzare le pance, per blandire il consenso, ebbene per questa strada i problemi restano tali e li ritroveremo ingigantiti di qui a poco. È la politica che ha la possibilità di operare le scelte che assicurano un futuro migliore. Ed è per questo che non possiamo rinunciare a ridare fiato alla politica. Riaccreditandone la pratica anche presso le nuove generazioni.

L’instabilità del quadro politico è resa drammatica dal fatto che sullo sfondo sono riconoscibili i segni, drammatici e preoccupanti, di una crisi sistemica che investe in maniera particolare i paesi occidentali, i loro sistemi politici, la democrazia stessa come prassi e come soluzione dei conflitti e dei problemi.

Il punto delicato è proprio questo: non si tratta di una crisi che riguarda i partiti, le loro dinamiche interne, l’incapacità, protratta negli anni, di rinnovarsi, che sicuramente ha dato giustificati motivi a forme di protesta che hanno assunto la veste pericolosa dell’antipolitica.

La crisi è politica

La crisi è politica, anzi culturale. Sullo sfondo si riconosce la crisi stessa della politica, la sua debolezza, la sua incapacità oggi di interpretare i cambiamenti, di leggere il quadro sociale, di offrire risposte efficaci e capaci di ottenere consenso. Le altre crisi , non di minore gravità, in cui si dibattono tutte le formazioni politiche rappresentate nel Parlamento si originano da questa matrice.

Ma proprio per questo il dibattito interno a un partito, il confronto precongressuale – si pensi al PD – o il confronto in vista di una inevitabile successione di un leader che ha occupato la scena per un ventennio – si pensi al PDL – così come la possibilità di far nascere nuove formazioni, sono in definitiva legate alla capacità che un soggetto politico oggi ha di dare risposte insieme ai problemi del Paese e alla crisi della democrazia. Proprio per questo sono necessarie vere proposte politiche, sono necessari progetti che abbiano la qualità culturale e la capacità di rispondere, offrendo un percorso plausibile, ai nodi problematici.

Occorre mettere in campo proposte in cui sia riconoscibile una filiera virtuosa fatta di: progetto, programma, gruppo dirigente, leadership. Progetto perché è solo un progetto politico che può correttamente creare un movimento ampio, un’adesione che abbia in sé qualcosa i più del solo dato emotivo, progetto perché occorre offrire soluzioni che inevitabilmente non possono essere ottenute in tempi brevissimi, ma allo stesso tempo debbono essere riconoscibili gli obiettivi e le scelte indicate, sapendo che queste ultime elidono spazi di consenso. Progetto infine perché la politica deve essere capace di offrire una visione, una prospettiva che giustifichi, che renda possibili anche i necessari sacrifici dell’oggi. E ancora: programma. Perché il progetto va articolato nelle sue scelte e nei tempi di realizzazione, così come nelle priorità. Il programma traduce e scandisce il progetto. Vi è poi la necessità di saldare intorno al progetto e al programma un gruppo dirigente, quanto più democraticamente espresso. Un gruppo che sappia suscitare l’adesione al progetto e risultare affidabile nella puntuale realizzazione del programma. A questo punto è importante la presenza e la funzione di una leadership e di un leader. Sapendo che non è possibile che il leader in quanto tale si sostituisce ed esaurisca in sé per così dire i passaggi ora richiamati.

Possiamo anche ritenere che a determinate condizioni si possa anche partire dall’elemento catalizzatore di consenso che il leader talvolta può essere. Ma importante, anzi indispensabile, per i problemi del Paese come per la questione democratica, è che vi siano anche gli altri ingredienti.

Ricostruire le motivazioni della democrazia

Una democrazia viva chiede di essere alimentata di continuo. Ciò che accade sotto i nostri occhi, ogni giorno, mette in luce viceversa il rischio di una democrazia moribonda, incapace di affrontare i problemi, farraginosa, lenta, burocratica … in una parola inutile; almeno questo è quello che appare agli occhi di tanti. Eppure i grandi problemi che nel mondo globale ci dicono della necessità impellente di una diversa distribuzione della ricchezza, dei rischi da ecatombe epocale, di un crescente divario tra popolazioni ricche e popolazioni povere, gli impercettibili canali della finanza mondiale che ben più di quelli politici e diplomatici tirano i fili del globo, ci dicono di un bisogno di politica, di una capacità di lettura e di progetto, di una nuova visione democratica.

Sullo scenario nazionale ho verificato i questi primi mesi di esperienza parlamentare l’inadeguatezza di una produzione legislativa legata a singoli provvedimenti, all’approvazione di decreti d’urgenza del governo, a piccoli segmenti (che non si possono chiamare riforme) che riguardano campi delicati come l’istruzione, il lavoro, l’ambiente, etc., senza la possibilità di porre mano a riforme di respiro. Che oggi con ogni evidenza sono ancora più che necessarie. Ma proprio l’instabilità del quadro politico, l’incapacità di proposta e di progetto avvilisce la partecipazione democratica ben più di un sistema elettorale che indubbiamente va cambiato ma che, se fosse possibile, rischia persino di essere peggiorato. Un altro campanello d’allarme è dato dal fatto che, nella prossima primavera, avremo le elezioni europee e l’instabilità del nostro quadro politico, il peso di un debito pubblico che viene ormai letto anche come rapina intergenerazionale, l’inconcludenza di molti provvedimenti rispetto ai quali non c’è una vera maggioranza, rischia di far muovere nel Paese una spinta antieuropea, scaricando i guasti della situazione sulle decisioni prese a Bruxelles.

È un quadro che preoccupa e rispetto al quale assistiamo ad una evidente difficoltà delle formazioni partitiche. Un motivo in più per tornare a riflettere e agire, con stile amicale, nello sforzo di riconnessione tra cittadini e politica, nella capacità di dare voce al tanto di buono che c’è nella società, nelle forme associate e cooperative, in un credito che segue una strada etica e solidale, in una imprenditoria che trova, anche nelle difficoltà presenti, la strada di una intrapresa. Si tratta di dare voce a ciò che c’è, di alzare il tono del confronto, la qualità culturale della politica, promuovendo un vero e proprio movimento d’opinione e di azione.

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