Brutto colpo per Cassina de’ Pecchi e tutto l’hi-tech lombardo

1 novembre 2013 di fabio pizzul

Ancora una brutta tegola per i lavoratori della Nokia NSN di Cassina de’ Pecchi.
All’incontro svoltosi l’altro ieri presso il Ministero dello Sviluppo Economico a Roma è arrivato un no secco all’ipotesi dell’applicazione dei contratti di solidarietà come strumento per non attivare le procedure di mobilità che significherebbero espulsione dall’azienda per il lavoratori coinvolti.
Il consiglio regionale martedì scorso aveva approvato, su iniziativa del Pd e con la condivisione dell’intera aula, una mozione che caldeggiava questa soluzione e invitava la Giunta a fare ogni passo per andare in questa direzione.
Dall’incontro romano giunge purtroppo un no secco che conferma l’atteggiamento di chiusura della multinazionale finlandese che ha ormai stabilito che in Italia deve tagliare circa 500 lavoratori.
E pensare che Nokia nel 2012 a livello mondiale ha chiuso un bilancio in utile di almeno 200 milioni di euro e, con la vendita delle divisioni telefoniche a Microsoft, incasserà a inizio 2014 5 miliardi e 200 milioni di dollari. Questa sarebbe un’azienda in crisi?
Rimane un problema di più ampia portata: perchè la Lombardia non è più attrattiva per le aziende multinazionali di un settore che fino a qualche anno fa aveva le punte per la ricerca e lo sviluppo proprio nella nostra regione? Triste dirlo, ma da troppi anni manca una politica industriale degna di questo nome. Non è certo che piccoli incentivi o bandi molto frammentati che si può catturare l’interesse e la collaborazione di aziende attive su scala internazionale. Servirebbero progetti e prospettive di più lungo periodo, ma in Italia e in Lombardia sono discorsi che da troppi anni purtroppo non si sentono.
Si parla molto di banda larga e ultra-larga e la Lombardia è uno dei territori messi meglio in Italia su questo fronte, ma ci si limita spesso a predisporre i “tubi” o i cavi a fibra ottica, non preoccupandosi di sviluppare l’infrastruttura tecnologica che può farli poi utilizzare al meglio. Ed è proprio su questo secondo versante che multinazionali come Nokia o ALcatel ormai operano.
C’è un altro dato. Che vorrei offrirvi più che altro come un tentativo (molto grezzo) di capire quello che è accaduto.
Ormai è entrato pesantemente nel nostro mercato un nuovo ingombrante operatore, la cinese Huawei, di cui avrete visto recentemente anche la pubblicità di uno smartphone.
Ebbene, Huawei ha avuto tappeti rossi da parte delle istituzioni (Formigoni in testa) in nome della prevalenza assoluta e incondizionata del mercato. I cinesi hanno siglato contratti da favola con i principali operatori telefonici sul mercato italiano proponendo prezzi al ribasso sulle varie gare che si affacciavano negli anni scorsi. A questo aggiungete il fatto che Huawei ha avuto la forza di proporre apparati praticamente a prezzo zero sbaragliando così ogni concorrenza sulle gare di cui dicevamo prima con gli uffici commerciali degli operatori telefonici che hanno avuto buon gioco nel superare le eventuali perplessità degli staff tecnici.
Data questa situazione, immaginate quali ragionamenti abbiano fatto le case madri delle grandi multinazionali delle telecomunicazioni sul mercato italiano.
Che cosa è accaduto altrove, vi chiederete a questo punto.
A quanto mi hanno spiegato, negli States non sono state rese possibili gare di appalto con ribassi monstrum perchè i prezzi degli apparati erano stabiliti in un range che non ha consentito a Huawei e altri eventuali operatori di fare dumping. Il che ha portato a una effettiva maggiore possibilità di mercato per aziende statunitensi che, a parità di prezzi e prodotti, sono alla fine state preferite. Una sorta di aiuto di stato? Forse l’Unione Europea potrebbe pensarla così, sta di fatto che Huawei è presente in Usa ma non ha spopolato come qui da noi.
Se ci fosse qualche lettore che conosce il settore e volesse confermare o correggere questa mia sommaria ricostruzione, lo leggerei volentieri.

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