A Brescia serve un nuovo carcere, ma i segnali positivi non mancano

28 ottobre 2013 di fabio pizzul

Con la Commissione carceri sono stato oggi in visita al carcere brsciano di Canton Mombello. Una struttura che sta per compiere 100 anni e che non ha mai avuto una rustrutturazione degna di questo nome, fatti salvo interventi di manutenzione e adeguamento tecnologico. La casa circondariale di Brescia ospita più del doppio dei detenuti previsti per regolamento, ha pochissime spazi per le attività comuni e vive tutti i problemi di un mondo carcerario in perenne emergenza.
Da tempo si parla della costruzione di un nuovo carcere a Brescia e, negli ultimi giorni, si è fatta strada una nuova ipotesi di localizzazione presso una ex caserma di Montichiari. Il comune ha invece individuato un’area attigua all’altro carcere delle città, a Verziano. Il ministero pare aver stanziato i fondi necessari ed ora è urgente che si decida al più presto dove collocare la nuova struttura. In attesa del nuovo carcere, il personale penitenziario di Canton Mombello non se ne sta con le mani in mano.

Rispetto alla visita di un anno fa, ho trovato un clima più sereno. La direttrice Francesca Gioieni spiega che in questi dodici mesi, grazie all’impegno di tutto il personale, ci sono stati piccoli ma significativi passi avanti che, assieme alla diminuzione dei detenuti di un centinaio di unità, hanno contribuito a rendere meno critiche le condizioni di chi è recluso e di chi lavora.
Grazia a due concerti aperti al pubblico esterno, il carcere ha raccolto 10mila euro che sono stati impiegati per ristrutturare (con materiale donato) un’area che ora ospita una decina di detenuti in quattro celle con uno spazio cucina in comune. Gli stessi detenuti sono impiegati in un’attività lavorativa interna che consiste nell’assemblaggio di box doccia.
Insomma, precisa la direttrice, in carcere ormai bisogna esercitarsi anche nel fund raising.

Altro elemento di novità è la scelta di tenere le celle aperte durante tutto il giorno in tutti gli 8 reparti della casa circondariale. In via sperimentale, l’apertura delle celle è stata avviata nel mese di luglio, anticipando una circolare del ministero e con l’idea di verificare la validità dell’esperimento a fine agosto.
La direttrice ci ha confessato il suo timore di una reazione negativa dei poliziotti penitenziari, i quali hanno però addirittura anticipato la verifica chiedendo che le celle rimanessero definitivamente aperte. I timori di una gestione più complicata dei detenuti sono stati fugati: si è respirata fin da subito molta meno tensione e per i poliziotti la possibilità di osservare il comportamento dei detenuti anzichè tenerli rinchiusi nelle celle si è dimostrata una preziosa opportunità di trattamento.

Dalla direttrice Gioieni sono arrivate anche alcune precise richieste alla regione.
La prima riguarda la gestione del trattamento sanitario, dal 2008 passato sotto la gestione delle Asl.
In carcere esistono infermieri stabili, ma i medici si alternano con un turn over eccessivo che non favorisce la stabilità organizzativa e non consente ai medici di conoscere e seguire adeguatamente i pazienti. In questo modo si forniscono cure frammentate e spesso non efficaci e non si utilizzano in modo corretto le tante risorse che vengono destinate alla sanità carceraria, anche perché non esiste una presenza fissa di un dirigente dell’Asl che fatica così a organizzare e gestire in economia il servizio.
La seconda richiesta si riferisce all’applicazione delle legge 8, la normativa regionale che regola i contributi alle carceri. Uno dei limiti della legge è la distribuzione provinciale dei fondi senza tener conto del numero dei detenuti dei singoli penitenziari, questo fa sì che le risorse per la provincia di Brescia vengano suddivise esattamente a metà tra Canton Mombello (che ha circa 500 detenuti) e Verziano (che ne ha poco più di 100). Della serie, i muri sono più importanti delle persone.

Chiudo con un’altra bella esperienza nata a Canton Mombello proprio grazie ai fondi della legge 8.
Esiste la figura dell’agente di rete, che si preoccupa soprattutto di favorire i contatti tra i detenuti a fine pena e il territorio. Nel carcere bresciano c’è una media di 60% di stranieri, soprattutto nordafricani. L’idea della direttrice e del suo staff è stata semplice, ma secondo me davvero brillante: all’agente di rete già presente è stata affiancata una nuova (8 ore alla settimana) agente di nazionalità tunisina, così da poter gestire al meglio (anche dal punto di vista linguistico, culturale e psicologico) i percorsi dei detenuti stranieri. La collaborazione tra le due donne sembra stia dando frutti molto positivi.

I problemi a Canton Mombello non mancano, ma mi pare che la capacità di gestione e di iniziativa della dirigenza e del personale tutto sia davvero un bell’esempio di come, andando oltre il lamento e la recriminazione, si possano davvero fare cose molto positive. E pensate che cosa potrebbe accadere se si mettessero questi operatori nelle condizioni di poter lavorare in strutture e con strumenti adeguati…

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