Il grande fiume: risorsa abbandonata

29 agosto 2013 di fabio pizzul

24092010049Durante il mese di agosto, tra le varie lettura che mi sono concesso, ho incrociato anche l’ultimo libro di Paolo Rumiz, giornalista triestino che ha raccolto in “Morimondo” il diario di un suo viaggio dalle sorgenti alla foce del Po e oltre. Il Po, anzi la Po, come preferisce chiamarla Rumiz, si staglia come il vero protagonista della zona più popolata dell’Italia, ma è un protagonista spesso nascosto e dimenticato. Quasi un mondo a parte che si stende per oltre 600 chilometri, racconta storie e propone paesaggi ormai dimenticati. Po potrebbe essere una straordinaria risorsa per il nostro Nord, ma Rumiz ne racconta l’abbandono e il declino che potrebbe però trasformarsi in riscatto se solo qualcuno desse retta alla voce e all’energia di Po.
La lettura mi ha riportato alle straordinarie suggestioni provate durante una breve crociera su Po, nel tratto cremonese, nell’autunno di tre anni fa.
Possibile che non si riesca a valorizzare questo patrimonio padano (e l’aggettivo qui ci sta davvero tutto).
Rumiz durante il suo racconto dà voce anche a parecchie invettive di coloro che vivono e amano il fiume, tra i destinatari non manca la Lombardia che pare aver quasi cancellato il grande fiume dai suoi orizzonti.
Vi propongo un breve stralcio tratto da pagina 131 di “Morimondo”, quando Rumiz racconta, dopo la confluenza del Lambro, nel lodigiano, l’abbandono della settecentesca Corte Sant’Andrea, meta di pellegrini stranieri e tappa della Via Francigena. Mi sembra meritevole di qualche riflessione.

La Lombardia matrigna non amava il fiume, e Milano la amava ancora meno. Dall’Olona al Lambro, la capitale morale d’Italia dava al Po soltanto i suoi liquami. Eppure Milano doveva tutto alle sue acque: persino il nome, che non richiama affatto Midland, terra di mezzo, ma lanum, parola pre-latina che significa “corso d’acqua”. Mediolanum, antica capitale degli Insubri e poi grande città dell’Impero, era stata fondate “in mezzo alle acque”, quelle di Seveso, Lambro, Nerino e Olona, che garantivano il deflusso senza impaludamenti. Lì era il limite nord della della linea delle risorgive, lì il primo ampio terreno non paludoso a monte del Diluvium, lì di conseguenza il campo base commerciale verso i guadi con la sponda piacentina. Quella formidabile posizione che assicurava il collegamento col Fiume, sarebbe stata rinforzata con una rete di canali dai tempi di Leonardo fino al Risorgimento. I tempi dell’imbarbarimento idrofobo, delle autostrade e dei canali tombati erano cosa recente. I veleni del Lambro e l’abbandono di Corte Sant’Andrea erano i simboli di una regione che rinnegava la sua storia e la sua identità.

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