Varese e il futuro dei Miogni

25 giugno 2013 di fabio pizzul

La realtà spesso smentisce convinzioni maturate a tavolino.

Qualche settimana fa mi ero speso a favore della chiusura del carcere di Varese, sulla scorta di quanto ascoltato dal provveditore regionale alle carceri Aldo Fabozzi durante un’audizione.

La visita effettuata ieri nella casa circondariale dei Miogni, nel pieno centro di Varese, mi ha aiutato ad elaborare una posizione più articolata e meno netta: è bene che Varese abbia un carcere, ma non è tollerabile che questo sia nelle condizioni attuali.

La pacifica invasione istituzionale di ieri mattina (tra consiglieri, accompagnatori, autorità locali e altri aggregati eravamo almeno 35) mi ha fatto scoprire il lato nascosto del carcere varesino.

La prima impressione, soprattutto dall’esterno, è quella di una struttura assolutamente inadeguata, vecchia, fatiscente, con spazi troppo angusti per garantire al centinaio di detenuti e al personale una permanenza degna dei minimi criteri di umanità e decenza. Da 12 anni (dal decreto con cui l’allora ministro Fassino ne sanciva la chiusura) nessun intervento di manutenzione radicale, con impianti fuori norma, spazi insufficienti, locali troppo piccoli. Solo la buona volontà del personale e la collaborazione dei detenuti con piccoli lavori di imbiancatura e manutenzione hanno consentito alla struttura di mantenere un accettabile aspetto formale. Rimane il problema del sovraffollamento e della mancanza di spazi adeguati per le attività comuni, il lavoro, le ore d’aria e lo sport.

Una situazione che ha convinto l’amministrazione penitenziaria a tornare con convinzione (almeno a livello regionale) sull’ipotesi di chiusura e di smistamento dei poco più di cento detenuti nelle carceri delle province vicine.

Da parte delle autorità locali si è levato un appello affinchè Varese non sia privata di un carcere. Varie le ragioni, dalla necessità di supportare l’attività di procura e tribunale, al tessuto di impegno sociale e volontariato cresciuto negli anni attorno alla casa circondariale, per finire con le possibilità di collaborazione con l’associazionismo e l’imprenditoria cittadina nell’ottica del possibile reinserimento dei detenuti.

Il sindaco di Varese Attilio Fontana ha espresso la possibilità di un ampliamento della struttura con l’eventuale cessione al ministero dell’attigua caserma della polizia locale da utilizzare come caserma per gli agenti penitenziari ora sistemati all’interno della struttura dei Miogni.

Altra ipotesi potrebbe essere la costruzione di un nuovo carcere per il quale era già stata messa a disposizione un’area nel 2002, ma nessuna risposta è mai arrivata da Roma. Ora si ipotizza un nuovo terreno, più esterno, nei pressi dell’Iper di Varese, nelle vicinanze di viale Belforte, nel quartiere Mentasti.

Ma quello che mi ha più impressionato è l’impegno del personale e la capacità di creare condizioni di relativa calma e tranquillità all’interno del carcere. Il numero limitato dei detenuti (che oscillano tra 90 e 140) consente di instaurare un rapporto di collaborazione e reciproca conoscenza che, nonostante le permanenze piuttosto brevi, da qualche settimana a un massimo di tre anni, garantiscono al carcere varesino la fama di essere attento alle esigenze e alle condizioni dei detenuti. Cosa molto più difficile in istituti con un numero più ampio di carcerati.

Che fare allora?

Chiudere il carcere porterebbe a sprecare quanto costruito negli anni e comporterebbe anche maggiori costi e ritardi per le attività di procura e tribunale.

Ristrutturarlo probabilmente non risolverebbe i problemi di spazio che impediscono un vero salto di qualità nel trattamento e nella gestione dei detenuti.

Una nuova costruzione, secondo le regole vigenti (che parrebbero molto vincolanti), non potrebbe prevedere una capienza minore di 400 posti, mandando a pallino la possibilità di una gestione più “umana” dei rapporti.

Un vero e proprio rebus.

Mi spingo a formulare un’ipotesi: perché non ristrutturare il Miogni trasformandolo in una piccola casa circondariale (ovvero di primo ingresso di detenuti in attesa di sistemazione definitiva) al servizio di Procura e Tribunale? Gli spazi, per questa finalità, potrebbero essere sufficienti e la ridotta permanenza dei detenuti potrebbe essere compatibile con l’assenza di spazi per attività lavorative e ricreative. Varese manterrebbe il carcere e gli altri detenuti (a questo punto una cinquantina) potrebbero essere smistati altrove senza troppi problemi.

Nulla vieterebbe poi di procedere alla costruzione di una nuova casa di reclusione a Varese, posto che siano rintracciati i fondi necessari e che la si ritenga davvero utile.

L’importante è che si decida. E in fretta. Il carcere di Varese non può rimanere oltre in un limbo indegno di qualsiasi logica e umanità.

Chiudo rinnovando, cosa che ho già fatto durante la visita, il mio plauso e la mia ammirazione per la dedizione dimostrata dal personale che opera nel carcere: è solo grazie a loro che i detenuti possono sopportare le condizioni imposte da una struttura davvero improponibile.

La regione non ha competenze per decidere, ma penso che sia stato più che opportuno sollevare nuovamente il problema per far sì che da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si dica una parola definitiva sulla questione.

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