Milano per Lazzati

22 giugno 2013 di fabio pizzul

Oggi Milano ha intitolato un giardino al professor Lazzati.
Sacrosanto omaggio a un grande milanese, politico, uomo di cultura, ma, soprattutto, educatore.
Rilancio molto volentieri il bel commento che Marco Garzonio ha scritto per il Corriere della Sera di oggi.

Questa mattina viene intitolato a Giuseppe Lazzati il giardino tra le vie Leone XIII e Vincenzo Monti. La dedica ufficiale è all’«Umanista, Padre Costituente (1909-1986)». In realtà alla targa va aggiunto un terzo titolo, quello di «educatore». L’appellativo è d’obbligo non solo per motivi istituzionali (Lazzati fu professore per decenni e Rettore della Cattolica, tra l’altro in momenti drammatici per l’Università, Milano, il Paese, dal ’68 all’83), ma per ciò che il termine rappresenta. Lazzati è stato tra i protagonisti di un’epoca in cui rientrava nei valori fondanti la convivenza e quindi da tener vivi, in massimo onore, da tramandare la formazione dei giovani, l’investimento sulle nuove generazioni, la fiducia nei talenti e nelle potenzialità di chi si affaccia al mondo. Si diveniva così «maestri» non perché magari si vincevano concorsi e si sedeva formalmente in cattedra, ma in ragione della responsabilità verso il futuro, della capacità di essere, oltreché competenti in una materia, testimoni di idealità per le quali spendersi, in cui si crede sino al punto da pagare di persona, se necessario, per le scelte da compiere. Insomma, un atteggiamento verso l’esistenza teso a mettere in gioco le aspirazioni personali contemperandole ad una visione di bene comune, a svolgere bene professioni e mestieri come risposta ad un interesse collettivo, non a convenienze personali o di clan. Milano ha un bisogno estremo di recuperare e di ricordare «maestri», in quanto ne ha avuti tanti, di fedi e convincimenti diversi ma tutti sempre tesi a cercare le ragioni dello stare assieme e forme atte a garantire rispetto reciproco nel perseguimento di una rappresentanza effettiva e di una socialità il meno diseguale possibile. In particolare ha una gran necessità di rimettere al centro una tensione etica collettiva, in cui l’esercizio di virtù personali e civiche non sia eccezione o atto eroico, ma pratica quotidiana, riconosciuta e condivisa. V’è da riscoprire una grammatica e una sintassi della convivenza che parte dalle piccole cose, dal capire che ogni gesto compiuto in modo appartato o in relazione ad altri è di esempio nel bene ma anche nel male, può comportare conseguenze buone o cattive. In chi riveste posti di responsabilità in qualunque settore pubblico o privato e ad ogni livello di impegno va anche ritrovato l’orgoglio per un ruolo che può essere gestito come occasione d’una ricerca comune invece che affermazione di potere personale o risposta ad un’appartenenza che paga. Assume un particolare valore simbolico, di monito, il fatto che Milano dedichi un giardino ad una personalità come Lazzati, non una via o una piazza. In queste si va e si viene secondo i ritmi frenetici della città. Il giardino è natura in cui si esprime il succedersi delle stagioni. È un luogo in cui si può sostare, riflettere, raccogliersi, guardarsi in giro e riconoscere le proporzioni tra ciò che accade attorno e i nostri effettivi bisogni di uomini e donne del tempo, ristabilire giuste gerarchie di valori. Il giardino è soprattutto luogo in cui si semina con la coscienza che altri coglieranno i frutti. Ricordare i «maestri» serve a ritrovare fiducia in noi stessi e speranza per la città.

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