Riforme, ma non ad ogni costo!

2 giugno 2013 di fabio pizzul

In questi giorni in Parlamento si è molto parlato di legge elettorale e di necessità di fare presto con le riforme istituzionali. Mi pare sfuggito ai più un delicato dibattito sulle modalità per raggiungere questi risultati. Si ipotizza, ad esempio, un indebolimento dell’articolo 118, così da consentire modifiche senza dover raggiungere una maggioranza qualificata dei due terzi. Una necessaria manovra per accelerare i tempi o una pericolosa scorciatoia?

Potrebbero sembrare problemi procedurali, ma sono operazioni molto delicate e potenzialmente rischiose. Lo spiega molto efficacemente l’onorevole Franco Monaco in un articolo pubblicato oggi sull’Unità. Ve lo ripropongo.
Sono gradite reazioni e commenti.

SUL DOCUMENTO DEI 43 PD

Tutta l’attenzione politico-mediatica si è concentrata sulla mozione Giachetti relativa alla correzione ovvero alla cancellazione del porcellum. Ma, a mio avviso, più pertinente e non meno rilevante è stata la discussione che si è sviluppata nel PD circa il metodo adottato per avviare il processo di riforma della Costituzione, che era l’oggetto proprio della mozione di maggioranza. Ben 44 parlamentari PD hanno affidato a un documento politico le proprie riserve e preoccupazioni. Un modo per dare corpo a una posizione, rinunciando responsabilmente a formalizzare voti in dissenso. Coniugando così solidarietà con il gruppo e libertà di opinione su materia, quella costituzionale, che chiama in causa la responsabilità di ogni e singolo parlamentare. Provo a riassumere il senso di quel documento.

La deroga alla procedura ordinaria di revisione costituzionale è, ad avviso di autorevoli costituzionalisti, uno strappo alla legalità costituzionale. Un pericoloso precedente. Il secondo, in verità. Il primo fu operato nel 1997 all’atto dell’insediamento della bicamerale presieduta da D’Alema. Non un precedente rassicurante, né nei suoi profili istituzionali, né in quelli politici, né relativamente all’esito di essa. L’art. 138 è il più delicato degli articoli della parte ordinamentale della Costituzione. Il presidio del principio-valore della rigidità della Costituzione intesa quale strumento di garanzia (specie per le minoranze politiche). Esso risponde all’idea-visione della Costituzione come regola che presiede alla casa comune, come patto di convivenza che non ammette strappi. La quale visione appunto esige che eventuali cambiamenti siano largamente condivisi e seguano un procedimento complesso, non a caso definito “aggravato” dai giuristi. Giusto perché ci si rifletta bene. Non solo: l’art. 138 contempla revisioni puntuali della Costituzione, non la riscrittura di quasi tutta la sua seconda parte. Il parlamento, che è potere “costituito”, non può ergersi a potere “costituente”. Certo, esso è espressione della sovranità popolare, ma, come recita l’art. 1, essa “si esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione” stessa. Anche e, in certo modo, soprattutto, nelle procedure di revisione. Insomma, è persino dubbio che il presente parlamento, per di più eletto con una fortissima correzione maggioritaria, abbia mandato e legittimazione a riscrivere una parte così grande della Carta, come ci si propone di fare nel caso nostro.

La cosa curiosa poi è che sia il governo, paradossalmente “impegnato” a questo da una mozione parlamentare, a proporre una deroga a una procedura di stretta spettanza parlamentare. Un parlamento che si depotenzia! Che chiede al governo di ingerirsi in una materia delicatissima e che non gli compete. Questa bizzarria, questa forzatura affonda le radici in un peccato d’origine, all’atto dell’insediamento del governo Letta. Egli, nelle sue comunicazioni alle Camere per la fiducia, legò la sorte del governo e persino la sua durata (18 mesi) al buon esito delle riforme costituzionali. Legame improprio, essendo le riforme costituzionali materia eminentemente parlamentare, non di governo. Traspare evidente un equivoco politico: la confusione tra maggioranza di governo e maggioranze (al plurale) non precostituite che possono e devono liberamente prodursi in parlamento su questo o quel titolo oggetto di riforme a così ampio spettro. Su questo secondo fronte, ripeto, distinto da quello di governo, s’ha da dialogare con tutte le forze rappresentate in parlamento. Detto più chiaramente: la strana, necessitata maggioranza di governo non deve condizionare il libero dipanarsi in parlamento di diverse maggioranze sul terreno rigorosamente distinto delle revisioni costituzionali. Badando al merito, ai singoli e distinti titoli. Un equivoco – la confusione tra piano del governo e piano delle riforme costituzionali – di cui si rinviene traccia in coda al dispositivo della mozione di maggioranza, laddove si accenna all’ipotesi di una e una sola legge costituzionale complessiva (anziché di più leggi distinte per titoli cui fare seguire distinti referendum confermativi, come concordemente suggerito dai quattro saggi a suo tempo nominati da Napolitano). Non vorrei che il PD si vincolasse a riscrivere la seconda parte della Costituzione solo con il PDL in ragione della comune responsabilità di governo. Giusto dialogare con tutti, ma appunto con tutti. Non sarebbe facile spiegare al popolo democratico che, oltre a fare un governo con Berlusconi, ci si è impegnati a riscrivere la Costituzione con lui soltanto. Uno strano connubio: quelli (noi) che, con enfasi retorica, elevano inni alla Costituzione più bella del mondo o al PD come “partito della Costituzione” associati organicamente e in esclusiva a quelli il cui leader sino a ieri la bollava come Costituzione sovietica.

1 giugno 2013 Franco Monaco

Un commento su “Riforme, ma non ad ogni costo!

  1. sara finzi

    toccare la costituzione è cosa che si è accinto a fare kil signor D’Alema, ed infatti il titolo V è un disastro bello e buono!
    In un’italia che ha avuto una dittatura è difficile mettere mano alla costituzione. Mi pare per altro che il pd voglia inglobare tutto,.tra l’altro esautorandoi cittadini dalla concretezza del dibattito reale. Ripeto lastoria dell’italia èlastoria dell’italia.
    Io dico che una oligarchia vecchia e crepata ha preso in ostaggio il paese!
    I 5 stelle non sarebbero nati altrimenti.
    Il parlamento ha colpe enormi ma il pd che non è un partito ne ha altrettante.
    Ripeto questo paese è marcio dalla testa ai piedi.Occorre cambiare la classe dirigente che non molla il potere. Non è neppure pensabile che i cittadini non possano costituire più movimenti e mandare in parlamento chi vogliono,si passa sempre e solo da oligarchie e gruppi di interesse. Tutto questo non tenendo conto che siamo negli anni 2013…Ripeto io non sono d’accordo neppure sullo jus soli come viene proposto dalla sinistra! Integrazione ha un suo valore ben preciso che nessuno si sogna di discutere con i cittadini! Ripeto non è cosa,ma intanto le scuole peggiorano, la competitività pure,perchènon dite ai cittadini che dovranno pagarsi tutto dalla scuola privata alla sanità? e che gli arricchiti di sinistra vogliono semplicemente piazzare i loro figli a mangiarsi il paese!? Perchè non dite la verità sul debito pubblico?
    Le occasioni Mancate diMichele Salvati l’hai letto? Bene prova a leggerlo per fare sintesi bisogna che ognuno legga le cose degli altri!?
    La finocchiaro che vuole espellere con una leggina il30% del paese che non vota sti due schieramenti non mi pare molto democratica. I figli degli altri signori cari, e poi quale europa? L’europa dei popoli o l’europa di Bruxelles!? Il fatto che ilmondo sia globalizzato non significa che debba diventare privo di cittadini e territorio?!
    Ripeto mancano i corpi intermedi,ilglocale. Io in regione ci sono stata,ma devo dirvi che le persone che ci sono non hanno spessore.
    sarafinzi

    Replica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *