Cinque considerazioni sul governo e una prospettiva

30 aprile 2013 di fabio pizzul

Primo: se fossi stato parlamentare avrei votato la fiducia al governo Letta.
Secondo: il discorso del Presidente del Consiglio mi è piaciuto.
Terzo: mi rimangono molti dubbi su dove trovare i soldi per tutto quanto detto ieri in aula.
Quarto: l’alleanza con il Pdl non lascia tranquilli (vatti a fidare del Cavaliere e dei suoi…) e non risponde a quanto il Pd aveva promesso e progettato, ma il punto in cui si è arrivati l’ha resa inevitabile.
Quinto: il disagio è legittimo (e doveroso) ma non può fermarsi a questioni di principio, deve entrare nel merito delle proposte concrete (il passaggio dalla “politica” alle “politiche” evocato da Letta citando Andreatta).
Ed ora, per chi non si sia già stufato di leggere, la considerazione di prospettiva.

Il Pd deve uscire dal buco in cui si è cacciato a causa dell’esito delle elezioni e dell’incredibile serie di errori (ma è facile identificarli come tali con il senno di poi…) fatti dalle tra le elezioni e l’elezione del Presidente della Repubblica.
Sugli errori si è già detto e scritti molto, sull’esito elettorale che ha sancito una vittoria-sconfitta per il Pd altrettanto.
Come uscire allora dal buco o, se preferite un’immagine dantesca, da una sorta di inferno in cui ci si è cacciati?
Seguendo la metafora, dico che il governo Letta è come un purgatorio. E possiamo ben dirci felici di essere riusciti a smentire la regola secondo la quale dall’inferno non si esce.
Come percorrere allora il monte dell’espiazione per avvicinarsi a un impotetico paradiso di una politica che risponsa fino in fondo al proprio ideale e ai propri programmi?
Dobbiamo uscire a veder le stelle, ovvero identificare una prospettiva e una visione coinvincente per il Paese. Un’operazione che non possiamo dare per scontata e che non possiamo affidare esclusivamente al leader di turno: il PD deve recuperare un orizzonte di idee condiviso e convincente che vada oltre la contrapposizione che ha caratterizzato gli ultimi due decenni.
Dobbiamo poi indicare un sentiero percorribile verso la cima della montagna, senza pensare (o illuderci) che basti enunciare dei principi per convincere gli elettori che abbiano ragione e che vale la pena di seguirci. Non servono trattati o complicate piattaforme programmatiche, meglio puntare su poche indicazioni chiare e sull’idea che il Pd possa essere un affidabile compagno di viaggio o, meglio, una guida (anche simpatica) con cui è bello poter camminare.
Esco dalla metafora che, come sempre accade dopo averla seguita per un tratto, può diventare fuorviante.
Concretamente che cosa tocca allora al PD?
Tocca di provare a chiarirsi le idee sul modello di partito che vuole perseguire (interessanti, ma un po’ cervellotiche e a tratti pretenziose in questo senso le idee contenute nello scritto di Barca), quale idea di società ha in mente, quali passi concreti e possibili proporre per cominciare a incamminarsi in quella direzione.
In sintesi: sostenere lealmente il governo Letta non è un’abiura ai propri ideali, ma una possibilità per costruire assieme (con indubbia fatica) una condizione istituzionale e politica nella quale far valere poi le proprie idee e i propri programmi.
Votare la fiducia, per come la vedo io, non è un appiattimento e una rinuncia, ma una presa d’atto di una situazione bloccata dalla quale non si può uscire da soli.
Quello che accadrà dopo dipende dal modo in cui il PD saprà costruire fin d’ora, anche attraverso il congresso, il proprio profilo e la propria proposta per l’Italia di domani.
Ragioniamo e agiamo come se il governo dovesse durare anche più dei 18 mesi di minimo contrattuale enunciati da Letta, ma prepariamoci come se si dovesse votare domattina.

3 commenti su “Cinque considerazioni sul governo e una prospettiva

  1. Rodolfo Vialba

    Per la lunga e difficile crisi economica e finanziaria che il Paese vive e le conseguenze drammatiche che determina sulla e nella vita di molte persone, il Governo Letta che nasce, pur con tutti i limiti propri di una coalizione che, in campagna elettorale e fino a ieri, era divisa su tutto, merita la fiducia accompagnata dall’augurio di un buon e duraturo lavoro. Non è certo la maggioranza e il governo che mi attendevo dalle elezioni, sopratutto non mi attendevo un governo che ricomprendesse il PdL e riportasse al centro della politica Berlusconi. Ma questo è quanto la politica oggi è in grado di dare e di fare. Ciò non esime ma impone di fare memoria di quanto è avvenuto ed ha determinato l’attuale situazione politica del Paese. Ricordo pertanto almeno tre momenti:
    1) L’assurda scelta di Casini di partecipare alle elezioni per il Senato con Scelta Civica e alla Camera con l’UdC senza alcuna intesa elettorale con il PD, come in molti invece chiedevano. Sappiamo bene che il risultato elettorale non ha consentito l’affermarsi di una maggioranza al Senato ed ha reso ininfluente e marginale l’area di centro,ragione primaria delle difficoltà incontrate nel formare il nuovo governo e nell’elezione del Presidente della Repubblica.
    2) I molti errori commessi dal PD sia nel percorso per la formazione del governo ma sopratutto in quello per l’elezione del Presidente della Repubblica. In tutto questo vi sono indubbiamente delle responsabilità che stanno in capo a Bersani in quanto Segretario del Pd, ma responsabilità ben più gravi risiedono nei limiti della “fusione fredda” che ha dato vita al PD e nelle conseguenze inevitabili dell’impossibile integrazione di culture politiche se non alternative, sicuramente molto diverse per storia ed esperienze.
    3) Il ruolo del M5S che, in ragione della sua eterogenea composizione e per evitare il pericolo di una spaccatura interna, si è isolato da tutti e da tutto, spingendo le altre forze politiche a questa conclusione della crisi politica e di governo. Il M5S non ha voluto, o potuto, accettare la sfida del governo del Paese e ci ha regalato il Governo delle larghe intese e l’immortalità politica di Berlusconi, oltre che la sua impunibilità. Il resto, le sue denunce e le sue invettive, lasciano il tempo che trovano.
    Sono questi alcuni dei nodi, forse neanche i più importanti, che l’attuale situazione politica ci presenta accanto ad un’altro elemento specifico del quale poco se parla: se non l’assenza, sicuramente l’irrilevanza, la marginalità e l’inconsistenza della presenza politica dei cattolici. Non si può certo ritenere che le candidature di Marini, Prodi alla Presidenza della Repubblica, la nomina di Letta alla Presidenza del Consiglio e di diversi Ministri del nuovo governo, siano espressione e rappresentanza del mondo cattolico essendo ben altre sono le logiche che hanno determinato quelle candidature e nomine.
    E’ in ragione di tutto ciò è legittimo porsi la domanda se il Governo Letta non sia davvero il momento di profonda svolta tanto richiesto e atteso. E la mia più che una risposta è un augurio: che lo sia veramente, per il bene dell’Italia e degli italiani.

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  2. Jacopo

    Come dire, dagli ideali torniamo alla ‘real politik’: e questo può anche non essere un male se il governo, oltre alle politiche da campagna elettorale riesce a mettere in pista quello che x vent’anni non è stato fatto: pensare a come far vivere e lavorare bene chi in Italia vivrà x i prossimi trent’anni. La sfida e’ ardua!
    Letta va sostenuto senza riserve, e domani giudicato in base ai risultati.

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