Papa Francesco

14 marzo 2013 di fabio pizzul

“Una scelta di servizio allo stato puro, al di fuori di ogni potere”. Con queste parole il direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi ha commentato di fronte ai giornalisti l’elezione a Papa del cardinal Jorge Mario Bergoglio che ha scelto di assumere il nome di Francesco.
Una scelta che mi ha piacevolmente sorpreso, per il profilo del nuovo Papa e per la sua scelta di ispirare la sua azione al poverello di Assisi.

Consideravo sinceramente il cardinal Bergoglio ormai fuori gioco, visto che il suo nome era già emerso come principale alternativa a Benedetto XVI nel Conclave del 2005.
L’arcivescovo, ormai emerito, di Buenos Aires è una prima assoluta da molti punti di vista: il primo papa extraeuropeo, il primo gesuita, il primo a scegliere il nome di Francesco, forse anche il primo a non comparire con una croce d’oro al petto. Solo elementi formali? Non credo, o meglio, spero di no. I cardinali hanno fatto una scelta per molti versi sorprendente, con innegabili risvolti geopolitici (il 40% dei cattolici del mondo vive in Sud America) e con la consapevolezza di dover proporre una svolta. Con grande semplicità papa Francesco si è presentato con un lungo silenzio, con la richiesta di pregare per lui e con la recita corale del Padre nostro. Semplice, evangelico, rivoluzionario.
Sul nome di Bergoglio, a quanto raccontano i vaticanisti ben informati, erano concentrati nel 2005, almeno nei primi tre scrutini del Conclave che elesse poi a larghissima maggioranza Benedetto XVI, i voti del Cardinal Martini che risultò poi decisivo nella scelta del cardinal Ratzinger.
Appena uscito sulla loggia Francesco I sembrava una statua, quasi impietrito o intimidito di fronte alla folla e alla prospettiva di svolgere il ruolo di successore di Pietro. Poi il Papa, che si è presentato in talare bianca, senza mozzetta rossa, si è sciolto in un sorriso e in un discorso semplice e carico di umanità. Che ha stupito e commosso tutti. Non basta questo per giudicare il nuovo pontefice, ma i segnali offerti ieri sono forti e significatici, così come il suo stile pastorale a Buenos Aires.
Mi piace pensare che al sorriso di Francesco abbia corrisposto ieri un analogo sorriso del cardinal Martini che, da lassù, terrà una mano sulla spalla del suo confratello chiamato al non facile compito di guidare una Chiesa scossa da scandali e fatiche.
La Chiesa, con questo Conclave, ha dimostrato una volta di più la forza di una istituzione che, scossa dai limiti degli uomini, ha il coraggio di affidarsi a qualcosa che va oltre. Dietro l’apparente distacco della solennità di riti che potrebbero sembrare anacronistici, appare la secolare tradizione di un affidamento a una dimensione che va misteriosamente oltre e che ha permesso alla Chiesa di sopravvivere ai propri limiti in nome di quella fede e quello Spirito che soffia e sostiene chi si affida a lui. Si fosse basata solo sul potere, la Chiesa sarebbe probabilmente scomparsa da tempo o si sarebbe trasformata in una sorta di arcaico memoriale, alla stregua di un qualsiasi monumento storico o artistico. La Chiesa è invece viva e capace ancora di stupire e di stare, con tutti i suoi limiti, dalla parte dell’uomo, delle sue sofferenze e delle sue speranze.
Papa Francesco avrà il compito di guidare questa Chiesa, chiamata a rinnovarsi e a convertirsi.
E l’impegnativo nome di Francesco è lì a ricordarlo.

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