La sfida educativa e la politica

2 febbraio 2013 di fabio pizzul

Il 31 gennaio ho partecipato a un seminario promosso da diverse realtà del terzo settore che si occupano di giovani. Il titolo era provocatorio: “E l’educazione?”. Pensato in tempi pre-elettorali e fissato (forse per caso) nella giornata in cui la comunità cristiana fa memoria di don Bosco, l’educatore per eccellenza, l’incontro è stata una bella occasione per fermarsi a riflettere su che cosa significa oggi educare e su come sia difficile per la politica affrontare questo che è uno dei temi decisivi per costruire il nostro futuro. Ho avuto la possibilità di fare un breve intervento portando anche i saluti di Umberto Ambrosoli che mi ha chiesto di rappresentarlo all’incontro. Qui di seguito qualche mia riflessione che riprende e amplia quanto detto nei 3 minuti “rubati” al seminario.

La collocazione scelta per l’incontro è forse casuale, ma non banale. Don Bosco, educatore per eccellenza, ci dice laicamente che l’educazione non è una semplice prestazione, magari qualificata, ma è uno stile di comportamento, è vita.
Si parla spesso di emergenza educativa, è un modo per richiamare un problema urgente e reale, ma non mi pare che l’emergenza ci ponga in una logica costruttiva. Operare in chiave emergenziale è spesso, soprattutto a livello politico, un comodo alibi per evitare il confronto e l’approfondimento e per giustificare decisioni che trascurano l’interesse di tutti. Se evocare l’emergenza serve per accendere i riflettori sull’educazione, siamo d’accordo, ma l’emergenza non può diventare un criterio operativo costante.
Investire forze, competenze e risorse in educazione significa pensare al nostro futuro. Non è facile farlo in un tempo in cui prevale la logica del breve periodo, in economia, in politica e persino nelle nostre relazioni personali. Concentrarsi sul presente rimuovendo il passato e non guardando al futuro è abitudine consolidata in questi tempi ed è il terreno meno propizio per parlare di educazione.
Se vogliamo uscire dal buco dell’oggi, dobbiamo restituire centralitá alla famiglia e alle relazioni, non per snobbare le altre cosiddette agenzie educative, ma per investire sui luoghi ordinari e quotidiani dell’educazione. Permettetemi di dire che lì sono le sorgenti di ogni possibile cammino educativo. In quest’ottica, mi sembra importante non considerare l’educazione come un percorso da proporre a individui da individui e valorizzazione le iniziative di quelli che definirei soggetti comunitari.
In campo sociale questo significa a mio parere evitare che si attui una sorta di settorializzazione amministrativa dell’attenzione educativa con conseguente “sanitarizzazione” di molti degli interventi, anche perché solo la sanità rischia di avere le risorse necessarie per poter sostenere gli interventi (vedasi il fatto che più del 75% del bilancio di Regione Lombardia è dedicato alla sanità).
Mi permetto anche una breve riflessione antropologica: l’educazione è l’azione che più di ogni altra che va oltre l’individualismo e apre quasi naturalmente alla comunitá. Forse proprio per questo fa fatica a trovare terreno fertile in una regione che ha fatto dell’individualismo (declinato nobilmente secondo gli slogan della libertà di scelta) il suo marchio di fabbrica dell’ultimo ventennio. Per tornare a parlare di educazione e a percorrere le sue strade serve una scelta antropologica forte che sposti la società lombarda dall’individuo alla comunità passando per la scommessa di relazioni che non siano solo clientelari o economiche. Che ne direste se cominciassimo, ad esempio, a parlare un po’ anche di gratuità?
Tento ora di accennare a quale spunto concreto, solo come una sorta di indice da approfondire:
– Educazione è elemento trasversale, ordinario e non specialistico: centralitá della famiglia, ruolo della scuola e delle relazioni al di lá della dimensione dei servizi e delle professioni
– Investimento formativo ed educativo come elemento di creazione del valore sociale ed economico (da riconoscere, misurare e sostenere)
– Prevenzione come obiettivo prioritario (ma le risorse? Alla fine si risparmierebbe)
– Empowerment sussidiario (e non generatore di nuovi soggetti economici)
– Giovani da mettere al centro (progetti, spazi e strumenti da far costruire e gestire)
– Nuova necessaria attenzione ai linguaggi e ai media: l’educazione è azione e comunicazione, non può essere solo solo studio e programmazione a tavolino
– E’ necessario affinare tecniche e abitudini all’insegna della verifica e della valutazione (non si fanno passi avanti se non quando si consolida e riconosce la posizione raggiunta e si prende atto degli errori commessi)
– Mi parrebbe anche urgente una riflessione in ordine a un altro aspetto dell’educazione: l’esemplarità degli adulti. E qui bisognerebbe aprire un lungo e dolente capitolo sulla esemplaritá istituzionale.

Un commento su “La sfida educativa e la politica

  1. Jacopo

    Sarebbe anche interessante riflettere su come i nuovi media possano essere utilizzati positivamente nell’educazione: suggerisco di considerare l’ esperienza di criticalcity. Org: un sito di puro gioco urbano che porta i ragazzi ad apprezzare l’importanza di rispettare le regole, la riscoperta degli spazi comuni come propri e dunque da rispettare e vivere anche in originalità e l’importanza di organizzarsi in gruppi per fare insieme esperienze positive…

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