Lombardia: più gestione che regione

29 gennaio 2013 di fabio pizzul

Bene ha fatto oggi sul “Corriere” Marco Garzonio a sottolineare la scomparsa del regionalismo, nella presente campagna elettorare, ma, più in generale, nel dibattito pubblico degli ultimi tempi.
Provo a proporvi qualche riflessione in tema.
Come ha sottolineato sabato scorso il professor Balboni nel corso di un incontro all’Ambrosianeum, lo Statuto regionale lombardo, approvato con larga condivisione nel corso dell’VIII legislatura (quella finita nel 2010) offre interessanti opzioni di governo meno centralizzato e possibilità di partecipazione e controllo da parte delle minoranza dell’operato della Giunta, peccato che siano per molti versi rimaste inattuale. Così come sulla carta sono rimaste in questi anni molte leggi regionali interessanti, da quella sulla scuola a quella sul lavoro, puntualmente disattese, in alcuni punti fondamentali, dall’azione accentratrice della Giunta sostenuta acriticamente dalla maggioranza Lega-Pdl. Con una Lega, ha sottolineato sabato il professor Onida, nei panni di forza iper-localista impegnata a negare anzichè a costruire un reale federalismo rispettoso delle autonomie.

Un presupposto fondamentale di ogni corretta azione amministrativa è poi la valutazione dell’efficacia degli atti o, se vi pare più chiaro, del modo in cui si spende il denaro pubblico. Ebbene, in Regione Lombardia è difficile capire come siano stati utilizzati i quattrini e quale sia stata l’efficacia di bandi, finanziamenti e altre iniziative. Ogni nuova legge contiene ormai la cosiddetta clausola valutativa, così come, molto spesso, l’indicazione della necessità di un valutatore indipendente, ma nella maggior parte dei casi queste indicazioni sono rimaste disattese.
Ecco perché è meglio diffidare di chi propone a gran voce di trattenere più soldi in Lombardia: se fin qui non si è stati capaci o non si è voluto controllare la qualitá della spesa, chi ci garantisce che una maggiore disponibilità non sia solo fonte di abusi o spese improduttive?

Il regionalismo di cui ha scritto Garzonio si basava inoltre su una corretta distribuzione delle competenze e delle risorse che andrebbero collocate (e su questo il federalismo è operazione sacrosanta) laddove siano più vicine e controllabili dai cittadini. Regione Lombardia da almeno 15 anni è andata nella direzione opposta, accentrando su di sé moltissime funzioni di gestione diretta che, secondo quanto previsto dalla Costituzione, sarebbero proprie di province e comuni. Ne è nata una sorta di mutazione genetica dell’ente regionale che, dalle funzioni legislative, di coordinamento e programmazione che le erano proprie, si è andato sempre più trasformando in una struttura di gestione. E quando si gestisce, soprattutto se si è ente grande come la Lombardia, ci si espone in modo più diretto a possibili rischi di opacità o, peggio, furberie. Ma su questo non aggiungo altro, lasciando alla magistratura il compito di fare chiarezza su quanto accaduto in regione.
Come se non bastasse, Regione Lombardia ha messo in atto una pilatesca operazione di rafforzamento del ruolo delle società da lei partecipate o controllate. E’ bello poter dire che la struttura regionale ha meno dipendenti delle corrispettive in altre regioni italiane, ma che cosa sono le partecipate e le controllate se non un modo per mascherare un intervento diretto e, per di più, fuori da ogni possibile reale controllo da parte degli organi politico istituzionali?

Si è venuto così a creare in questi anni sul territorio lombardo un equilibrio distorto tra diversi livelli istituzionali con una regione che si rivolge direttamente ai cittadini (basti pensare alle diverse applicazioni del sistema dotale), saltando la mediazione degli enti locali. Il presidente Formigoni ha potuto farsi bello indirizzando lettere alle famiglie e annunciando l’elargizione di finanziamenti su diverse partite, ma così facendo ha mortificato l’azione dei comuni che si sono visti sottrarre risorse (soprattutto sui servizi sociali) e diminuire quindi la propria capacità di programmazione e di presa in carico delle situazioni più problematiche. Salvo poi che i destinatari dei fondi regionali, soprattutto se fragili o problematici, non sempre hanno avuto la possibilità di essere guidati nel corretto utilizzo del finanziamento ricevuto.

Mi permetto anche di sottolineare come il progressivo slittamento della regione dalle funzioni originarie di programmazione e coordinamento a quelle di gestione potrebbe aver aumentato i rischi di operazioni poco chiare o ai limiti del lecito: una struttura istituzionale pensata per una funzione diversa è difficile che possa esercitare correttamente la vigilanza e il controllo a fronte di così significative mutazioni funzionali.

Gestire significa anche assumere più potere e allora, permettetemi un ulteriore pensiero cattivo, questa volta sulla Città metropolitana. Regione Lombardia avrebbe avuto le competenze necessarie per accelerare il percorso verso questo storico obiettivo (le prime discussioni risalgono al 1990). Mi pare però, ma è un’opinione del tutto personale, che ci sia stato una sorta di ostruzionismo occulto della regione nei confronti della Cittá metropolitana per il rischio che la nascita di questa nuova istituzioni avrebbe comportato una secca perdita di potere gestionale per la regione stessa. Già in questi anni c’è stato una latente conflittualità tra il sindaco di Milano e il presidente della Lombardia (soprattutto Moratti regnante), vi immaginate che cosa sarebbe accaduto con la presenza di un sindaco di una Città metropolitana che per abitanti e peso economico sarebbe più o meno la metà della regione? Per gestire meglio il potere era più opportuno che nulla cambiasse.

Forse per questo si sta parlando poco di regione e regionalismo in questa campagna elettorale, perché la Lombardia ha smarrito da tempo la bussola istituzionale trasformandosi in un enorme macchina di gestione del potere. E Maroni non vuol far altro che impossessarsi delle leve di comando di questa istituzione geneticamente modificata. Con buona pace di chi crede nelle autonomie locali e sogna una regione più trasparente, vicina ai cittadini e in relazione con l’Europa.

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