Delle primarie e oltre: il futuro del PD

1 gennaio 2013 di fabio pizzul

Le primarie degli ultimi mesi del 2012 hanno oggettivamente cambiato la fisionomia e gli equilibri del Partito Democratico.
Grande merito di questa operazione va a Pierluigi Bersani, che ha avuto il coraggio, andando anche al di là delle regole codificate, di accettare la sfida di Matteo Renzi e ha affidato agli iscritti del PD e agli elettori del centro sinistra la responsabilità di delineare un possibile percorso verso le elezioni di febbraio 2013.
Quest’ultima frase potrebbe essere però riscritta anche nel modo seguente: vincitore indiscusso di queste consultazioni è Pierluigi Bersani che, affidando formalmente le decisioni strategiche per il futuro del partito a iscritti ed elettori del centro sinistra, è riuscito a rinforzare una catena di comando interna che raffredda le velleità di chi intendeva costruire un partito plurale e aperto.

Questione di punti di vista, come sempre, ma la realtà non è mai fatta di colori netti, di bianchi smaglianti o di neri profondi. Indubbiamente la stagione delle primarie dell’autunno-inverno 2012 rappresenta una grande novità nel panorama politico italiano: affidare la scelta dei candidati a una consultazione popolare piuttosto che a una riunione di qualche organismo di partito è una scelta che va salutata con grande favore. Resta però da capire come si sia giunti a questo appuntamento e quali possano essere le conseguenze politiche e quale possa essere lo sviluppo di un partito come il PD in crescita nei consensi, ma alla ricerca di una sua definita fisionomia e identità.

A livello generale mi pare di dover sottolineare come il meccanismo delle primarie tenda a premiare l’intraprendenza e, sia detto senza accezione negativa, la sfrontatezza dei possibili candidati più che una reale possibilità di far emergere persone e percorsi più solidi e radicati in un impegno quotidiano e in terreni che, magari, non siano del tutto organici e coerenti con le scelte del partito.

Voglio essere ancora più aspro ed esplicito: le modalità di selezione dei candidati e la platea degli elettori di queste primarie tendono  a far sì che siano premiati coloro che hanno pensato a costruirsi solide reti all’interno del partito e coloro che hanno giocato molto in termini di visibilità e popolarità personale, mettendo magari in secondo piano chi ha puntato sul lavoro di squadra e sulla necessità di elaborare idee e programmi condivisi e praticabili più che ad alto effetto comunicativo.

In chiave più interna al partito, le primarie parlamentari sono sembrate più come un’occasione (forse una delle ultime) di capitalizzare il lavoro (spesso gratuito e sempre comunque apprezzabile) fatto negli organismi di partito che come un passaggio per far emergere competenze, qualità e sensibilità adeguate alle sfide di governo.

Tutti coloro che sono entrati nelle liste sono persone di qualità e di valore, ma coronano, nella maggior parte dei casi, un percorso tutto interno al partito che li ha portati a poter riscuotere una sorta di cambiale costruita in lunghi anni di militanza in circoli e organismi dirigenziali. E’ un percorso possibile, non certo da demonizzare, ma se diventa l’unico rischia di pregiudicare la costruzione di un partito aperto, in dialogo con la società e capace di intercettare le necessità più profonde del Paese e dei suoi territori. Il rischio è che per partecipare e vincere le primarie abbia contato molto di più la capacità di tenere buoni rapporti con i cosiddetti militanti che la propensione a mettersi in ascolto e a dare risposte ai cittadini più in generale. La politica è senza alcun dubbio rappresentanza di interessi, ma mi piace poter pensare che sia anche composizione e, magari, superamento degli stessi in nome della costruzione di un progetto comune a vantaggio di tutti i cittadini e non solo dei “nostri”.

Sono contento che si siano fatte le primarie.

Preferisco poter raccontare che le liste per le prossime elezioni nazionali, il candidato premier e il candidato presidente in Lombardia abbiano passato il vaglio degli elettori del centro sinistra piuttosto che essere frutto di accordi siglati a qualche tavolo di coalizione.

Guardo con soddisfazione e gratitudine al lavoro fatto da tutti coloro che hanno garantito un regolare e partecipato svolgimento di queste consultazioni.

Mi sento rappresentato da coloro che hanno passato la prova delle primarie e mi piace un partito che si affida a questi strumenti.

Mi permettono però di formulare alcuni auspici che, se volete, possono diventare anche richieste.

1 – Auspico che coloro che saranno chiamati eletti nelle liste del PD sappiano rappresentare gli interessi comuni del partito e dei cittadini e non semplicemente i pur legittimi e stimabili interessi della propria parte o propri personali.

2 – Mi auguro che dal confronto personale si possa passare all’elaborazione collegiale di proposte e programmi espliciti, comprensibili, possibili e verificabili. I cittadini hanno ben chiaro chi rappresenta il PD, ma non sempre che cosa propone il PD sui diversi temi.

3 – Spero che i rapporti con la cosiddetta società civile non vengano delegati a qualche esterno, sia esso persona, gruppo o lista, ma diventino parte integrante del lavoro quotidiano del PD e dei suoi rappresentanti. In caso contrario a che cosa servirebbe un partito? Forse solo a tutelare interessi e carriere dei propri dirigenti e/o iscritti. E questo, francamente, mi interessa proprio poco.

4 – Mi piacerebbe che nel PD non si individuasse nemici da combattere, ma si vedesse in coloro che la pensano in maniera diversa (all’interno e all’esterno) interlocutori con cui potersi confrontare, anche aspramente, e con cui lealmente poter costruire percorsi finalizzati alla realizzazione di politiche utili per il futuro del Paese e di tutti i suoi territori.

Il Partito Democratico, anche attraverso le primarie, sta diventando una realtà sempre più solida dal punto di vista organizzativo, un aspetto importante, ma non esaustivo dell’attività di un partito.  Il PD deve ora consolidare il proprio profilo valoriale e approfondire la riflessione sui contenuti fondamentali della propria visione sociale e antropologica, solo così potrà passare alla fase della proposta politica e dell’elaborazione di un progetto credibile per portare l’Italia fuori dalla crisi. L’agenda Monti, in questo senso,  è un punto di partenza, non di arrivo: il PD potrà davvero costruire l’Italia giusta di cui parla Bersani se saprà valorizzare le diverse culture che lo compongono e declinare al meglio il genio tutto italiano dell’attenzione al particolare, in chiave territoriale e personale, che diventa universale solo se riletto secondo l’ottica della relazione e della tutela del più debole. Da qui può nascere un progetto capace di riportare l’Italia al centro di un’Europa che non si arrenda all’ineluttabile dittatura del capitalismo tecno-nichilista, che dà valore solo a ciò che funziona e non a ciò che può essere declinato secondo il criterio del buono, del giusto e del bello. La politica serve proprio a questo: rimettere al centro dell’attenzione sociale ed economica la persona e il suo futuro.

Mi pare utili, in questo senso, rileggere un passo del discorso del presidente Napolitano per l’inizio del nuovo anno.

“dobbiamo parlare non più di ‘disagio sociale’, ma come in altri momenti storici, di una vera e propria ‘questione sociale’ da porre al centro dell’attenzione e dell’azione pubblica”. E ha insistito: “È una questione sociale, e sono situazioni gravi di persone e di famiglie, che bisogna sentire nel profondo della nostra coscienza e di cui ci si deve fare e mostrare umanamente partecipi. La politica, soprattutto, non può affermare il suo ruolo se le manca questo sentimento, questa capacità di condivisione umana e morale. Ciò non significa, naturalmente, ignorare le condizioni obbiettive e i limiti in cui si può agire – oggi, in Italia e nel quadro europeo e mondiale – per superare fenomeni che stanno corrodendo la coesione sociale. Scelte di governo dettate dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico obbligano i cittadini a sacrifici, per una parte di essi certamente pesanti, e inevitabilmente contribuiscono a provocare recessione. Ma nessuno può negare quella necessità : è toccato anche a me ribadirlo molte volte. Guai se non si fosse compiuto lo sforzo che abbiamo in tempi recenti più decisamente affrontato che ha consentito un ritorno di fiducia nell’Italia”.

Permettetemi allora di concludere queste brevi riflessioni con una citazione del messaggio di Papa Benedetto XVI in occasione dell’odierna giornata mondiale della Pace:

“Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico. Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività. In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono . Concretamente, nell’attività economica l’operatore di pace si configura come colui che instaura con i collaboratori e i colleghi, con i committenti e gli utenti, rapporti di lealtà e di reciprocità. Egli esercita l’attività economica per il bene comune, vive il suo impegno come qualcosa che va al di là del proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future. Si trova così a lavorare non solo per sé, ma anche per dare agli altri un futuro e un lavoro dignitoso”.

Parole molto laiche che mi pare diano spunti interessanti per il lavoro di senso e di contenuto che attende tutti coloro che credono nel Partito Democratico e sono chiamati a rappresentarlo nelle istituzioni a qualsiasi livello.

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