Famiglia, oltre la logica del consumo

31 maggio 2012 di fabio pizzul

Siamo ormai nel pieno di Family 2012.

Un primo merito dell’incontro é quello di aver messo al centro del dibattito pubblico la famiglia, al punto che anche chi cerca visibilità per le proprie proposte di bandiera (vero Pisapia?) sceglie di sfruttare lo spazio di discussione sulla famiglia.

Si torna anche a parlare di genitori e figli, ruoli imprescindibili per qualsiasi società che voglia guardare al futuro con speranza, ma troppo spesso scomparsi in un’apparente efficientismo all’insegna del consumo e della fretta.

Mi paiono molto interessanti, nell’ottica delle dinamiche relazionali della famiglia, alcune delle riflessioni offerte dal professor Luigino Bruni chiamato a riflettere sui temi fondanti l’incontro, il lavoro e la festa.

Il professore ha voluto parlare di etica delle virtù, sottolineando come lo stesso stipendio non possa essere considerato solo come il prezzo del lavoro, ma come una sorta di dono per il lavoro ben fatto.

Il denaro, ha sostenuto Bruni, non può essere l’unico perché del lavorare. La cultura dell’incentivo, ormai largamente condivisa e diffusa, avvicina pericolosamente il lavoro a una mercificazione che può sconfinare nella servitù, se non nella schiavitù.

Una cultura che apprezza solo ciò che ha un valore di mercato, ha ribadito Bruni, rischia di non capire più il vero valore delle cose. In questo contesto, il rischio che il consumo e la finanza perdano contatto con il lavoro e divengano sempre più e quasi solo speculazione ed edonismo.

L’ideale per il mercato capitalistico è avere adulti-bambini e bambini già adulti, queste sono le figure più recettive ai possibili stimoli consumistici.

Non comprendendo il vero significato del lavoro, secondo Luiio Bruni, l’attuale cultura fatica anche a capire la festa. La festa ha bisogno del lavoro, perché senza lavoro non si può far festa, come sano bene coloro che vivono oggi difficoltà occupazionali.

La festa é anche occasione preziosa per valorizzare le persone che nel lavoro sono ritenute meno efficienti e sono dunque potenzialmente emarginate.

La famiglia rischia di non accompagnare i giovani alla comprensione autentica del lavoro e della festa. I più piccoli raramente entrano a contatto con la dimensione del lavoro, confrontandosi quasi esclusivamente con il consumo. Un bambino che scopre il mondo dal carrello di un ipermercato, ha affermato provocatoriamente Bruni, quale concezione potrà avere del lavoro?

Provocatorie anche le conclusioni del professore.

I bambini sono troppo preziosi per lasciarli soli ai giochi del profitto. Allora, perché non pensare a una moratoria per la pubblicità rivolta direttamente ai bambini. O ancora, più in generale, perché non proclamare una moratoria anche per la pubblicità dei giochi d’azzardo?

Provocazioni forse irrealizzabili. Riflessioni su cui mi pareperò importante fermarsi almeno un attimo.

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