Gli abiti di Formigoni

15 maggio 2012 di fabio pizzul

Torno sulle vicende che tanto hanno fatto infuriare il presidente Formigoni (che ora pare però aver scelto un atteggiamento meno aggressivo) rilanciando un articolo che Giovanni Colombo ha scritto per la rivista “Il Margine”.
L’amico Giovanni, come sua abitudine, non le manda a dire e propone un’interessante lettura del rapporto tra fede e politica, anzi, più precisamente tra fede e vita. Non si tratta di gettare la croce addosso a qualcuno, ma di riflettere a fondo sul modo in cui si può fare politica da cristiani. Tema interessante, soprattutto in un tempo di anti-politica e protesta: quale deve essere l’atteggiamento del cristiano di fronte al potere? Lo stile evangelico è solo forma o anche sostanza dell’agire politico? L’identità è schermo luccicante dietro cui nascondere debolezze (e tentazioni) a cui si sceglie programmaticamente di non resistere o tesoro da custodire e accrescere in un dialogo costante e fecondo con altre posizioni?
Domande che vanno al cuore delle ragioni che fondano l’impegno politico del cristiano e che non vanno eluse in nome della (presunta) bontà dei risultati del proprio agire. Machiavelli è uno dei pensatori più geniali della storia italiana, ma per chi vuole dirsi e tentare di essere cristiano non può che venire dopo il Vangelo. O no?

Ringrazio Giovanni per lo stimolante contributo che spero possa aprire uno stimolante dibattito e  vi auguro buona lettura.

Gli abiti di Formigoni

A gennaio, prendendo spunto da due interviste di don Carròn e del
cardinal Scola, m’interrogavo sui sommovimenti in corso in Comunione
e Liberazione. Finivo il mio articolo con una frase ad effetto:
“regnavit a ligno, non dai bordi di uno yacht.” Me la prendevo
con Roberto Formigoni, per una sua foto estiva apparsa sui giornali.
Ora, tre mesi dopo, sappiamo sia il nome dello yacht, MiAmor, sia il
nome del suo proprietario, Pierangelo Daccò. Chi è costui? Ciellino di
Lodi, mediatore d’affari, è in carcere dal novembre scorso per
l’inchiesta sul crac del San Raffaele con l’accusa di avere
distratti fondi dell’Ospedale.
Subito dopo Pasqua nei suoi confronti è stato spiccato un altro
mandato di cattura. Con altri cinque arrestati, è accusato di
associazione a delinquere finalizzata a riciclaggi, appropriazione
indebita, frode fiscale, emissione di fatture. Secondo la procura di
Milano, 56 milioni di euro della Fondazione Maugeri, proprietaria di
molte cliniche in tutta Italia, sono finiti in società lussemburghesi
e maltesi di Daccò grazie a finti contratti di consulenza e di ricerca
– come quello per verificare “la possibilità di vita su Marte”.
Parte di questi fondi neri sono arrivati – tramite altre società
estere – sui conti personali di Antonio Simone. Chi è Simone? Leader
degli universitari ciellini nella Cattolica degli anni Settanta, enfant
prodige del Movimento popolare eletto in Regione Lombardia a 26 anni
nel 1980, è stato assessore alla Sanità fino allo scoppio di
Tangentopoli. Arrestato, uscito dai processi con due assoluzioni e una
prescrizione, ha dismesso i panni del politico e si è dedicato agli
affari in giro per l’Europa. Secondo l’accusa, Daccò e Simone sono
stati pagati dalla Fondazione Maugeri perchè avevano moltissima
influenza sull’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia –
guidato anch’esso da dirigenti ciellini – e quindi erano in grado di
risolvere problemi su rimborsi e finanziamenti.
Daccò e Simone da molti anni sono amici intimi del governatore
Formigoni. Insieme hanno fatto battaglie politiche. Insieme hanno fatto
cene e vacanze. E chi pagava per Roberto? Nel mirino della procura è
finito il Capodanno del 2009. Il governatore partecipò a un soggiorno di
gruppo nel resort più esclusivo del mondo, l’ Altamer di Anguilla, nei
Carabi, e dagli estratti conto risulterebbe un unico pagamento a carico
del Daccò. Formigoni dice di aver rimborsato la sua parte, ma ha
buttato via le ricevute. Male, molto male, perché se questo aspetto
non venisse acclarato, i giudici potrebbero ipotizzare il reato di
corruzione.
Questa inchiesta, con questi particolari, aveva già messo in allarme
tutta Comunione e Liberazione quando il 19 aprile scorso è scoppiata la
“bomba”. Chiamo così la lettera pubblicata dal Corriere di Carla
Vites, la moglie di Antonio Simone. Una lettera stile Veronica Lario.
Parole irate che accusano “Robertino” di aver tradito il suo
migliore amico e di aver perso la testa per il lusso, di divertirsi (e
tanto!) in un turbine di vacanze e di serate a 5 stelle. La Carla tira
in ballo direttamente il movimento: “Cl, a mio avviso, deve avere un
sussulto di gelosia per la propria identità, per quello che Giussani
pensava al momento della fondazione. ” “Robertino” è costretto
rispondere con una lettera agli amici di “Tempi”: “Le spese
anticipate da Daccò me le sono pagate con il mio stipendio… La Lombardia
è la Regione meglio amministrata d’Italia…Cosa si deve giudicare: le
mie camicie o miei atti di governo, le mie giacche o le mie leggi?
Giudicatemi sui fatti”. Chiude con un perentorio “Non mi dimetterò!
Sarebbe da irresponsabili piegarsi al ricatto dei calunniatori e dare
soddisfazione a lobby a cui interessa soltanto la mia poltrona per i
loro affari di potere“. Poi corre a Rimini per gli esercizi
spirituali predicati da don Carròn.
Che dire di quel che sta succedendo? Un altro cerchio magico si spezza
e le sue schegge vanno a colpire il cuore di Comunione e Liberazione,
ovvero il suo metodo educativo, il suo essere “fenomeno educativo
ecclesiale formidabile” (così il Cardinal Scola nell’intervista al
Corriere della Sera del 23 dicembre scorso). Certo, le responsabilità
sono personali, chi va in politica si assume il proprio rischio ma se i
frutti son discutibili perché non discutere anche della pianta, della
sua impostazione, della sua eventuale potatura?
Confesso che ogni volta che vedo “Robertino” con la giacca gialla
(“orrendamente gialla” dice la Carla) mi viene in mente un passaggio
della Prefazione di don Dossetti al libro “Le querce di Monte Sole”
di don Luciano Gherardi sugli abiti virtuosi (la Rosa Bianca li mise a
tema della scuola estiva del 1987, “Il politico e le virtù”, Il
Margine 3-4 del 1988). Don Dossetti scrive nel 1986, avendo sotto gli
occhi i guasti della DC e della Prima Repubblica: “Bisogna
riconoscere che gli esiti non brillanti delle esperienze dei cristiani
nella vita sociale e politica non sono tanto dovuti a malizia degli
avversari e neppure solo a proprie deficienze culturali (che certo
spesso li hanno resi subalterni a premesse dottrinali non omogenee al
Vangelo) ma anche e soprattutto a deficienze di abiti virtuosi adeguati,
la mancanza di sapienza della prassi … quella sapienza che – supposte
le essenziali premesse teologali della fede, della speranza e
dell’amore – richiede in più un delicatissimo equilibrio di
esercitata prudenza e di fortezza magnanima; di temperanza luminosa e di
affinata giustizia individuale e politica; di umiltà sincera e di mite
ma reale indipendenza di giudizio; di sottomissione e insieme di
desiderio verace di unità, ma anche di spirito di iniziativa e di senso
della propria responsabilità; di capacità di resistenza e insieme di
mitezza evangelica”. Queste parole – così come molte altre di don
Dossetti – sono ancora di straordinaria attualità e , a mio avviso,
interpretano in profondità anche le tristi vicende lombarde. Il problema
principale di un’autentica formazione politica cristiana sta nella
formazione di abiti virtuosi, di una sapienza della prassi. Prima che
sulle soluzioni concrete dovremmo interrogarci su questi “abiti”.
Purtroppo io non ho mai trovato un ciellino che concordasse con questa
impostazione. Che mettesse al primo posto la lotta alle tre
concupiscenze (potere, godere, possedere). Che ritenesse essenziale
imparare a governare se stessi. Che si facesse aiutare in questo dalla
Parola, dai libri sapienziali. Che sottoscrivesse le parole di Guardini
(che pure per un certo periodo e’ stato uno degli autori preferiti del
movimento): “mai nulla è diventato grande senza ascesi…dobbiamo
nuovamente imparare che il dominio del mondo presuppone il dominio di
noi su noi stessi.” Per i ciellini parlare di abiti virtuosi è
insopportabile moralismo e perdita del cristocentrismo. “Noi abbiamo a
cuore l’Avvenimento e viviamo l’appartenenza” , quante volte me lo
sono sentito ripetere. E se enfatizzare identità ed appartenenza sviasse
dalla retta via? E se l’impostazione educativa di Cl (ma non solo di
Cl) non favorisse il necessario passaggio dal cristocentrismo al
cristoformismo, arrivando alla fine a giustificare doppiezze e
ipocrisie? Le vicende lombarde dimostrano che c’è stata, come minimo,
un’eccessiva distrazione sulle opere. Per i cristiani le opere sono
decisive. Il cristianesimo non ha atteso l’undicesima tesi su
Feuerbach – “I filosofi hanno interpretato il mondo in modi diversi;
il compito è quello di trasformarlo “ – per sapere che è “falso”
quel modo di vivere che non “fa” la verità (2 Gv 1, 3-4). La verità
nel senso biblico è prassi, azione, fedeltà; non è come quella greca,
puro fatto teorico, dell’occhio e del vedere. Quindi è richiesta la
massima attenzione sulle nostre opere. Perché, va da sé, le opere non
sono tutte uguali. Quando la cristianità era un popolo (tema molto caro
a Cl) l’esercizio quotidiano del suo credo erano le opere di
misericordia, antiche, anche nella dizione, com’è antico il
cristianesimo. Sette per il corpo e sette per lo spirito. Sette è il
numero della quantità perfetta, sette è il numero della pienezza
qualitativa. Ora che la cristianità non c’è più (ed è una fortuna),
delle opere di misericordia si è perduto anche la memoria del nome (e
questa invece è una sciagura!). E se il futuro avesse radici antiche? E
se, dopo aver chiuso i conti con la giustizia terrena, pensassimo
finalmente a quella Celeste? Dar da mangiare agli affamati, dar da bere
agli assetati eccetera eccetera eccetera : su questo, alle fine, saremo
tutti interrogati da Colui che è Sommo Giudice e Sommo Amore (Mt 25,
31 – 46).

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