Formigoni perde amici?

7 febbraio 2012 di fabio pizzul

Nei giorni scorsi hanno fatto molto scalpore sui media le parole con cui il cardinal Scola, di fronte ai giornalisti milanesi riuniti per la celebrazione di san Francesco di Sales, sembra aver preso le distanze da Roberto Formigoni, affermando di non frequentarlo assiduamente da almeno una ventina d’anni.  Qui il resoconto de Il Giornale
Qualche maligno mi ricordava come da Patriarca di Venezia nel marzo 2009 il cardinal Scola abbia tenuto la lectio magistralis alla convention di “Rete Italia” promossa dallo stesso Formigoni a Riva del Garda. Francamente non mi interessa andare a fare il conto di se e quante volte l’Arcivescovo abbia incontrato Formigoni. Non è quello il problema.
Mi pare più interessante riflettere sul rapporto tra aggregazioni ecclesiali e politica.
E’ quello che fa, ripercorrendo la storia milanese degli ultimi quarant’anni, l’amico Giovanni Colombo in un articolo scritto per “Il Margine”.

Lo ripropongo qui di seguito. Al netto di giudizi taglienti e del tutto personali, come è volutamente  anche il titolo da me scelto per questo post, quello di Giovanni mi pare un interessante tentativo di ricostruire pagine importanti di storia ambrosiana.
Mi interessa sapere che cosa ne pensate, senza che vi arrabbiate troppo, naturalmente.

La “scelta religiosa” di Comunione e Liberazione

“Non è povera voce di un uomo che non c’ è, la nostra voce canta con un perché”.  La voce dei diecimila presenti risuonò commossa nel Duomo di Milano il 24 febbraio 2005,  a conclusione dei  funerali di don Luigi Giussani (di seguito: il Gius) , fondatore di Comunione e  Liberazione, celebrati dall’ allora Cardinal Joseph Ratzinger. Ora, a sette anni di distanza, mentre sta per iniziare il processo di beatificazione del prete carismatico,  la voce che risuona pubblicamente  è quella  delle due guide spirituali attualmente più importanti per il  movimento: il Cardinale Angelo Scola,  neo-arcivescovo di Milano – va da sé  che il Cardinale, cresciuto col Gius e per questo motivo ordinato prete lontano dalla diocesi di Milano, ritornatovi da sommo pastore,  oggi rappresenta ben più di Cl – ,  e don Juliàn Carròn, il prete spagnolo di 62 anni successore del Gius. Entrambi, nell’ arco di un mese,  sono stati intervistati dal Corriere della Sera  (Scola il 23 dicembre, Carròn il 16 gennaio) e nelle due interviste,  raccolte dallo stesso giornalista, Aldo Cazzullo, hanno ripetuto le medesime affermazioni.  Segno di una  strategia concordata? Credo di sì, la loro voce canta con un perché.

Cl come l’Ac?
Sia Scola sia Carròn  spingono per un chiaro riposizionamento del movimento. Cl è educazione (Scola: “Credo che Cl sia un fenomeno educativo ecclesiale formidabile, in cui ha primaria importanza la trasmissione tra le generazioni  di una modalità persuasiva  e vitale di essere cristiani ” ;  Carròn : “Siamo una realtà educativa, con tantissimi ragazzi che, affascinati dall’ incontro cristiano, hanno scelto di rischiare…”) che non deve essere mischiata con la politica (Scola:
“Gli uomini che si sono giocati in politica  portano lì la loro faccia  e su questa base sono stati e saranno valutati dai cittadini.” ; Carròn: “Non esistono candidati di Cl, non  esistono politici di Cl. Questa cosa, prima si chiarisce, meglio è.”) . Queste parole son musica per le mie orecchie. Sento quarant’ anni dopo quelle distinzioni introdotte nella Chiesa italiana post-conciliare dall’ Azione Cattolica  ai tempi del nuovo Statuto del 1969 e della cosiddetta scelta religiosa (o educativa,  tutti e due i termini erano usati dai dirigenti di allora  per spiegare la svolta epocale). Ma non  fu  proprio l’ accesa contrarietà a quelle scelte  da parte del Gius il motivo principale della ferma decisione del Card. Colombo di sancire nel 1971 la fine del percorso  unitario dell’ associazionismo cattolico ambrosiano, fine che portò alla nascita ufficiale di Comunione e Liberazione? Carròn era allora un seminarista spagnolo che non aveva ancora incontrato il movimento e quindi non può ricordare quei tempi. Ma chi come me è intorno alla cinquantina ed è cresciuto nella diocesi di Milano  non può dimenticare cosa ne seguì,  la dura, rovente contrapposizione tra Cl e Ac  protrattasi per un ventennio e (soc)chiusa per sfinimento reciproco: le parole di fuoco che volarono durante le assemblee ecclesiali, le liste divise nelle scuole e nelle università, i furibondi attacchi del giornale fondamentalista Il Sabato (dove scrivevano, tra gli altri, la penna delicata di Alessandro Sallusti e il futuro spione Renato Farina alias Betulla mentre Maurizio Lupi era l’ addetto al marketing)  alla presidenza Monticone e alla memoria del professor Giuseppe Lazzati, che innestò anche un processo davanti il tribunale ecclesiastico di Milano, le critiche feroci alla Presidenza della Cei per l’ impostazione data ai convegni ecclesiali di Roma e di Loreto. E ora che succede?  Cl sta diventando come l’ Ac? E  quarant’ anni dopo sarà di nuovo un Cardinale di Milano  a sanare la frattura del 1971  e a   promuovere la riunificazione del laicato cattolico?  Chissà cosa si sta decidendo lassù nelle alte sfere del cattolicesimo italiano, intanto, a me che son quaggiù nella bruma padana,  par di capir questo: Cl sta tentando di staccarsi da Cl. Non è la prima volta. E già successo esattamente vent’ anni fa, con la chiusura del Movimento popolare.

Il popolo canta la sua liberazione
Ve lo ricordate  l’ Emmepì,  e la canzone – inno  di Claudio Chieffo, “Il cantastorie ha cominciato a raccontare, il tessitore ha cominciato a dipanare … il popolo canta la sua liberazione…”?
Fin dall’ inizio Cl si  impone per la sua proposta fin troppo integrale, che non accetta  le distinzioni conciliari tra fede e impegno politico. Da questo punto di vita il Gius ripropone, anzi  indurisce lo schema tradizionale della cristianità lombarda. Non a caso, il giorno successivo alla sua morte, La Croix che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in Francia, come lo è Avvenire in Italia   scrisse che “incarnò l’ integralismo”.  Per Cl esperienza ecclesiale e esperienza sociale e politica sono le due facce della medesima medaglia. Da una parte il libretto delle ore jaca book, dall’ altra i volantinaggi davanti alle scuole. Da una parte la scuola di comunità, dall’ altra la CUSL (Cooperativa Universitaria Studio e Lavoro).  Se sei di Cl, sei sempre di Cl, nessun indebolimento dell’ identità è ammesso. Ho fatto il liceo a Desio, nella patria del Gius, compagno di classe per cinque anni del nipote del Gius, e lì nessuno mi ha mai detto: non esistono candidati di Cl, perché l’ impostazione era esattamente quella contraria: votalo perché è del movimento.   Così è sempre successo, prima,  nelle scuole,  e poi, dal novembre 1975, con la nascita del Movimento Popolare, in politica. Mp non si è mai presentato  formalmente come Cl, ma nessun ciellino ha mai fatto esperienza politica fuori da Mp.  E non conosco nessun militante ciellino che abbia votato  candidati  diversi da quelli sponsorizzati da Mp.
Il leader politico indiscusso  è sempre stato lui, il barbuto di bella presenza che vien da Lecco,  Roberto Formigoni, il novello Parsifal – “Parsifal, Parsifal non ti fermare, non fermarti alla corte delle anime nane…”, parole e testo del solito Chieffo -.  Aspetta fino al 1984 a scendere direttamente in campo ma quando lo fa è subito boom.Viene eletto  al Parlamento  Europeo con il record delle preferenze. Nel 1987 entra anche nel Parlamento italiano. Nel  1989 bissa il successo alle Europee. Ovunque si candidi sono tonnellate di preferenze. In effetti  il Movimento dà il meglio di sé durante le campagne elettorali  trasformandosi in una straordinaria   macchina da guerra. Il meccanismo delle preferenze multiple permette di eleggere i ciellini doc e di volta in volta i candidati giudicati affini.  Il tutto è perfettamente oliato. A mia memoria, si inceppa solo una volta, nelle elezioni politiche del 1987, nel collegio Milano Pavia. Per sostenere Franco Piga, potente andreottiano, ex Presidente della Consob,  restano esclusi i doc Alberto Garocchio e Vincenzino La Russa (fratello maggiore del più famoso Ignazio). Poco male: si rimedia alle successive elezioni amministrative sistemando i due a  Palazzo Marino.
Mp,  che fin dal suo inizio piazza uomini da tutte le parti (ad esempio, nelle elezioni politiche del 1976, elegge in Parlamento, collegio Genova Savona Imperia La Spezia,  tale  Marco Mazarino De Petro… chi è costui? Lo ritroviamo trent’ anni più tardi  condannato  per le  tangenti degli affari petroliferi “Oil for food” con Saddam),  cresce prepotentemente negli anni Ottanta scegliendo come nume tutelare Giulio Andreotti e alleandosi con i  pezzi più compromessi della Dc. Poi, con lo scoppio di Tangentopoli, la triste fine. A Milano i candidati eletti alle Regionali –  Antonio Simone, Luigi Martinelli, Vigilio Sironi vanno tutte e tre in galera e vengono condannati; a Roma finisce davanti ai giudici il gruppo della Cascina, guidato da Marco Bucarelli e dal prete milanese don Giacomo Tantardini e  legato a doppio filo con lo squalo Sbardella. Cl allora  decide di staccarsi da Cl. Il presidente del Mp in quel momento è Giancarlo Cesana,  il laico più importante nella gerarchia ecclesiale ciellina,  attuale presidente della Fondazione Policlinico di Milano. Cesana,  nel dicembre 93, chiama i giornalisti e  dichiara ufficialmente chiusa l’ esperienza. La presenza si riorganizza, sul versante sociale e economico, attraverso la Compagnia delle Opere e,  sul versante politico,  direttamente attorno a  Formigoni.

Roberto, uno di noi
Roberto e i suoi amici (questa è la formula inizialmente adottata che si è poi trasformata in una sigla,  Rete Italia) scelgono Forza Italia e ottengono da Silvio la guida della Regione Lombardia.  Roberto, uno di noi (questo è lo slogan dell’ ultima campagna elettorale) attira come il miele tutte le presenze cielline di tutti i settori della vita civile e economica. Vengono anche da fuori: da Rimini  giunge Nicola Sanese,  già deputato per cinque legislature,  a cui viene affidato il ruolo strategico di  segretario generale della Regione, e da Cesena Romano Colozzi, a cui tocca il posto altrettanto cruciale di assessore al bilancio. A questo mondo così compatto che assomiglia quasi a una setta si agganciano  tanti altri soggetti economici e imprenditori, specie nel settore d’oro della sanità. Due nomi per tutti:  il San Raffaele di don Verzè che in questi anni si è avvalso ampiamente dei servigi di  Pierangelo Daccò,  amico di barca di Roberto,  finito in carcere nell’ inchiesta sulla bancarotta  dell’ ospedale  –   e quello del nuovo acquirente del San Raffaele,  Giuseppe Rotelli,  che,  regnante Roberto,  espande notevolmente i volumi del suo gruppo ospedaliero San Donato: possiede 17 ospedali in Lombardia e 1 in Emilia, e con il  San Raffaele diventerà il primo operatore  privato italiano nel settore della sanità. Arrivano pure frotte di  faccendieri e  affaristi e malavitosi.  Negli ultimi 10 anni è un ‘escalation di inchieste giudiziarie: nell’ ultima, che ha portato all’ arresto di  Massimo Ponzoni,  ex assessore regionale  pupillo del Presidente,  e di Antonino Brambilla, ciellino della prima ora, vicepresidente della Provincia di Monza (Brambilla è la terza volta che va in prigione negli ultimi vent’ anni e sempre per gli stessi motivi!), compaiono addirittura i voti e le pressioni dell’ ‘ndrangheta.  Ma Roberto non fa un plissé.   Continua a negare l’ esistenza di una questione morale. Denuncia un complotto della sinistra. Insiste a  battere il mea culpa sul petto degli altri (voi di sinistra avete Penati!).  Non smette di coltivare sogni di gloria (vuole le primarie nel Pdl per battere Alfano e succedere a Silvio). Cambia a ripetizione giacche e scarpe. Fa la diva pazzerella. A 65 anni è uno spot vivente allo jogging e alle creme antirughe. Da Parsifal a Dorian Gray, chi l’ avrebbe mai detto?

Regnavit a ligno
Credo che non serva aspettare altri interventi della magistratura per capire che il mondo politico formigoniano  ha ormai preso una deriva che  ripropone, in grande,  tutte le caratteristiche negative dell’ ultima fase di vita del  Movimento popolare. Quindi si può ben capire la strategia preoccupata delle guide spirituali del movimento. Cl riuscirà  a staccarsi  di nuovo  da Cl? Forse sì, forse no. Questa volta la metastasi è molto più estesa che vent’ anni fa e minaccia l’ intero organismo. L’ esito felice non è per nulla garantito. Del resto chi conosce la storia della Chiesa sa che  è  già successo in passato che movimenti di origine religiosa, diventati fiorentissimi, siano decaduti travolti da eccesso di potere e di ricchezza.   A Milano c’ è il precedente famoso dell’ Ordine degli Umiliati . Quindi molto, quasi tutto dipenderà dalla volontà dei dirigenti (il movimento ha sempre avuto un’ organizzazione piramidale).
L’ exit strategy non può non prevedere, innanzitutto, un minimo di critica  e  di autocritica sul recente passato. Invece nelle due interviste le risposte alla domande di attualità sono sconfortanti, così mosce che neanche il miglior Forlani sarebbe riuscito a dir meglio. Berlusconi? Scola : “E’ presto per dare un giudizio complessivo. La mia attenzione è puntata sul compito della Chiesa  e degli uomini di Chiesa quindi su ciò che mi riguarda personalmente su quello che la grande tradizione chiama il bonum ecclesiae…” ;  Carròn: “Non ho gli strumenti per dare un giudizio globale. Nella sua vicenda vedo aspetti positivi che hanno fatto bene all’ Italia e aspetti negativi”.  Il San Raffaele? Scola: “Mi mancano troppi elementi per formulare un giudizio che ora si baserebbe solo su quanto apprendo dai media.” ; Carròn: “Lo vedo dall’ esterno. Non conosco la vicenda giudiziaria. Ma ricordiamoci che si tratta di una grandissima istituzione. ”
Se l’ approccio resta questo,  alla camomilla,  dubito che l’ operazione salvataggio riesca. Se invece le autorità del  movimento intendono  fare quel che dicono e riconcentrarsi finalmente sull’ essenziale, si apre un altro scenario: revisione dell’ impianto educativo, introduzione di  alcune sacrosante distinzioni quella ad esempio tra peccato  e reato – , modifiche del linguaggio, rinuncia a una serie di ricchezze, richiesta di comportamenti coerenti. La scelta religiosa, quando è fatta fino in fondo, è rigenerativa. Ma è  scelta a caro prezzo, “spezza le veni nelle mani, mischia il sangue col sudore se ne rimane” (questo non è Chieffo, è Fossati ne La costruzione di un amore). Arrivato a questo punto della mia vita, stagionato da un trentennio di esperienza sul campo, esito addirittura a consigliarla, visto che essa, a differenza  di quanto hanno continuato a pensare i suoi detrattori, inchioda a criteri di vita molto esigenti,  quasi impossibili.  Nelle scelte mondane il credente dovrà correre il proprio rischio senza utilizzare la Chiesa. Dovrà tener conto del criterio di affinità: sarà suo quello che è affine o più affine (il comparativo dice meno del semplice positivo) alla logica del Vangelo. Dovrà  ricordarsi in ogni istante che ci sono soggetti più biblici di altri: i poveri, i malriusciti, gli affamati, i puri di cuore, i perseguitati, tutti soggetti delle beatitudini. E soprattutto dovrà accettare la verità più dura di tutte: che il fatto cristiano incontra solo tangenzialmente  e per pochi istanti il successo di questo mondo. Regnavit a ligno, non dai bordi di uno yacht.

Giovanni Colombo
per “Il Margine” – Gennaio 2012

6 commenti su “Formigoni perde amici?

  1. Alberto Farina

    Quando Scola dice di avere due peccati originali dice il vero. Non si dimentichi che Scola fu allontanato dai seminari milanesi perché più propenso a seguire le indicazioni di Don Giussani piuttosto che quelle dei suoi superiori diocesani. Non si dimentichino poi le oscure vicende che portarono alla nascita di GS e in seguito di CL. E’ chiaro che se torni a Milano da Vescovo dopo questi trascorsi, ti poni in una situazione non facile, visto che a Milano CL ha costituito una vera e propria chiesa parallela che ha sempre interloquito con grandissima difficoltà con il resto del popolo di Dio. Non capisco quindi di che cosa si lamenti Scola; poteva rimanersene a Venezia (città che ha dato alla Chiesa tanti papi quanti Milano nel secolo scorso), senza cercare questa assurda rivalsa sulla diocesi che l’aveva giudicato inidoneo a diventare proprio prete.
    Nel momento in cui ha accettato la nomina ne deve portare gli onori e gli oneri, anche quelli più scomodi.
    Quanto agli attuali rapporti con Cl al nostro arcivescovo sarà cresciuto il naso lungo, visto che oltre alla citata presenza alla kermesse di Reteitalia, si segnalano diversi interventi negli ultimi anni al Meeting di Rimini, appuntamento ufficiale del movimento (anche se lorò dicono che non è del movimento ma di persone del movimento, giochino che onestamente ha stancato un po’). Quindi non ce la racconti: il legame con CL c’è ed è forte come si evince anche da quel affettuso termine “marachelle” riferito a Formigoni e soci. Altro che marachelle!
    Quanto all’ntervento del sempre brillante Giovanni Colombo mi sembra che abbia colto nel segno. Anzi, si può andare oltre. Come sostenuto da Franco Monaco in un bell’articolo su Repubblica, la Chiesa italiana dovrebbe rendere conto delle proprie disastrose scelte strategiche fatte negli ultimi vent’anni, a partire da tutto il credito dato ai movimenti in luogo di una seria pastorale che valorizzasse i semplici battezzati.

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  2. felice

    “Ogni cà l’è fada de sas, e ogni cà g’ha ul so fracas”. In sintesi non sarebbe ora di guardare in casa propria invece che in quella degli altri? Il clamoroso caso del cassiere della Margherita, integerrimo direttore generale Agesci dovrebbe insegnare qualcosa.
    Felice

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  3. flavio

    Continua a fare il bravo predicatore Pizzul, che sta in politica dalla stessa parte di Vendola e Pisapia.
    Insulta pure… del resto finchè non si vive il cristianesimo come presenza, ma solo come politica, quello riportato è il giudizio massimo cui si può arrivare.
    ma vivere la fede e la presenza di Cristo è un’altra cosa…
    Quando farai davvero un incontro con la fede, allora cambierai idea. Spero per te che ti accada presto

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  4. Alberto Farina

    Riporto quanto scritto sull’argomento da Mirella Camera sul blog “a latere”

    Nel tradizionale incontro coi giornalisti della diocesi, il card. Angelo Scola ha citato L’introduzione alla vita devota di san Francesco di Sales: «Occorre seguire l’interpretazione più benevola del fatto. Bisogna agire sempre in questo modo, Filotea, interpretando sempre in favore del prossimo; e se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione al più bello…». «L’uomo giusto quando non può scusare né il fatto né l’intenzione di chi sa per altre vie essere uomo per bene, rifiuta di giudicare, se lo toglie dallo spirito, lascia a Dio solo la sentenza… Quando non ci è possibile scusare il peccato, rendiamolo almeno degno di compassione, attribuendolo alla causa più comprensibile che si possa pensare, quali l’ignoranza e la debolezza».

    Il primo brutto pensiero che spunta subito come un diavoletto è la forma di “precetto ad personam” che queste parole prendono nell’attuale contesto politico e giornalistico. Nel quale, marginalizzato per il momento Berlusconi, saltano fuori ogni giorno i malefici effetti della sua pratica politica, grazie a cui furbetti d’ogni specie hanno prosperato senza ritegno a danno dei cittadini.
    Numerosi, attualissimi e molto “pesanti”, politicamente parlando, quelli intorno al Governatore della Regione lombarda Roberto Formigoni, ciellino doc, grande amico di Scola. Rispetto alle notizie sempre più pressanti che assalgono questo fratello, dunque, la citazione del cardinale serve a chiederci di “interpretare” i fatti col massimo della benevolenza e della compassione?
    Ma i brutti pensieri vanno respinti – esorta Scola – e quindi bisognerà affrontare altrove il senso di straniamento e di stonatura che questo antico testo produce nel contesto dell’oggi e cercare di capirne l’origine.

    Secondo me il busillis sta nella sovrapposizione che la Chiesa contemporanea compie continuamente fra privato e pubblico, fra religioso e civile e, in ultima analisi, tra fede e mondo. Invece di tenere i due poli in costante, se pur difficile, dialettica (“dare a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio), la teologia integralista che si è imposta negli ultimi trent’anni pensa che l’ambito religioso debba “occupare” il più possibile quello civile, al fine di trasformarlo in una sorta di “civitas Dei”.
    E’ la strategia quasi demografica che il movimento di don Giussani ha sempre messo in pratica fin dal principio: “occupare” tutti gli spazi possibili, scuole e università, parrocchie e associazioni e, infine, la politica.

    Siccome poi è chiaro a tutti che questi luoghi conquistati alla santa causa non sono affatto pezzi di paradiso ma mantengono pari pari tutte le contraddizioni umane tipiche del “mondo” , ecco pronta la giustificazione: l’uomo è peccatore, non possiamo pretendere più di tanto, l’importante è che in questi luoghi – siano gruppetti giovanili o grosse parti dell’amministrazione pubblica – sventoli la bandierina della Chiesa. E qui entra in gioco l’altra strategia complemetare, quella identitaria.

    La conseguenza più eclatante di questo modo di pensare è che alcuni comportamenti che per l’etica civile sono reati, in questo contesto diventano peccati.
    E’ un di più o un di meno? Sicuramente è un’altra cosa: i peccati riguardano la coscienza, al massimo gli organi giuridici della Chiesa (vedi pedofilia), si confessano e, generalmente, non si espiano mai. Hai mai sentito un prete che non dà l’assoluzione a un truffatore se prima non restituisce il maltolto? Anzi, si possono reiterare, perché l’uomo è debole. Tanto, alla fine, te la vedi con Dio.
    L’etica civile ha un altro modo di regolare la faccenda: se sbagli, paghi adesso. Te la vedi con la Giustizia umana. Qui, non nell’Al di là. Con tutta l’imperfezione che sappiamo, naturalmente, e che il cittadino deve sforzarsi di correggere. Ma è la legge di Cesare, sotto la quale tutti, pure, abitiamo.

    La Chiesa ha sempre fatto fatica a riconoscere questo ambito indipendente, per lei il peccato è sempre prevalente sul reato e come tale cerca di trattarlo, soprattutto quando avviene in quei famosi luoghi dove sventola la sua bandierina, siano essi conventi, seminari, uffici curiali, grandi ospedali, banche, enti locali, partiti o Governi.

    Ed ecco che la citazione di Scola trova, magicamente, il suo perché.

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  5. cristina

    Analisi lucida e chiarificatrice di molte cose che ad alcuni sono sempre andate bene, ma che erano lontane dal bene comune. bravo Giovanni

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