Digitale: il sogno può diventare incubo

7 settembre 2011 di fabio pizzul

Una suggestiva immagine del sito di Valcava da cui trasmettono molte TV lombarde

Il passaggio al digitale terrestre è stato ormai metabolizzato dalle famiglie, nonostante le difficoltà dei primi mesi, ma rischia di essere una sorta di via crucis per gli operatori televisivi lombardi. In questi giorni avrete senz’altro sentito parlare di asta per le frequenze e di “beauty contest”. Si tratta della redistribuzione di alcune delle frequenze che venivano utilizzate dall’emittenza televisiva locale a favore, rispettivamente, degli operatori telefonici e delle TV nazionali. L’asta mette in vendita tre gruppi di frequenze per consentire agli operatori della telefonia di sviluppare i nuovi servizi cosiddetti a banda larga. Il “beauty contest” assegna ad operatori tv esistenti e nuovi alcune frequenze che, secondo le normative europee dovevano rappresentare la cosiddetta riserva, ovvero la possibilità di non fossilizzare il mercato agli operatori esistenti prima del passaggio al digitale. L’asta ha avuto una base di partenza di 2,4 miliardi e il governo si augura possa superare i 3 miliardi. Queste risorse verrebbero redistribuite alle tv locali a mo’ di risarcimento per le frequenze che hanno dovuto lasciare.
L’altra procedura prevede invece un’assegnazione gratuita. Viene da chiedersi perché fare un favore del genere a soggetti tipo RAI e Mediaset. Non avevano già abbastanza canali? E perché non approfittarne per fare un po’ di cassa per lo Stato?
Ma veniamo a qualche altra considerazione sulle TV locali.
In Lombardia operano alcune delle Tv storiche dell’emittenza locale e alcune di queste compaiono ormai stabilmente nella classifica dei canali più visti a livello nazionale. Il passaggio al digitale con la moltiplicazione dei canali a disposizione e la contrazione del mercato pubblicitario dovuta alla crisi stanno però mettendo in grave crisi l’intero comparto.
Paradossalmente sono proprio le TV regionali a pagare lo scotto più grande di questo passaggio.
Le Tv provinciali riescono a contenere i costi e a sopravvivere su un mercato pubblicitario strettamente locale che offre ancora qualche prospettiva.
Le regionali hanno una struttura difficilmente comprimibile (per dipendenti, collaboratori e costi fissi) e devono fare i conti con un mercato pubblicitario ormai fermo da molti mesi e per di più oggetto delle scorribande di soggetti nazionali che con il moltiplicarsi dei canali riescono a offrire spazi pubblicitari a prezzi un tempo possibili solo per le regionali. Se a un’azienda viene proposto allo stesso prezzo uno spazio su una rete Mediaset o, che ne so, su 7Gold Lombardia, secondo voi che cosa accadrà?
A questo aggiungete il fatto che gli investitori istituzionali, a causa delle ristrettezza di bilancio, hanno eliminato gran parte delle risorse destinate alla comunicazione televisiva.
Di qui a qualche mese, se la situazione non cambierà (e nulla lascia presagire qualche svolta positiva), c’è il rischio concreto che molte emittenti locali finiscano in crisi con gravi ripercussioni sull’occupazione e sul pluralismo dell’informazione locale.
Siamo di fronte a una grande capacità trasmissiva o, per capire meglio, di un gran numero di canali da riempire. Il problema è quello di trovare le risorse per produrre programmi e per sostenerne i costi. Il modello della Tv commerciale secondo il quale la pubblicità pagava la produzione e faceva pure guadagnare pare ormai al tramonto. Non si profilano però, almeno per il momento, valide alternative economiche.
L’unico risultato possinile, a questo punto, è che i grossi mangino i piccoli. Rai, Mediaset, Sky e, forse, La7 la faranno sempre più da padrone e, al più, possiamo aspettarci l’arrivo di qualche altro operatore, magari dall’estero, per rastrellare quanto rimarrà delle attuali emittenti regionali e locali.
E’ la legge del mercato, direte, ma qualche problema di pluralismo e libertà informativa mi pare si profili all’orizzonte.
Avvenire in agosto denunciava la “mattanza televisiva” delle piccole Tv che si vedranno private di frequenze. In Lombardia nella rete potrebbero cadere pesci piuttosto grossi.
Affronteremo questo spinoso tema in un incontro previsto questa sera alle 21 alla Festa democratica di Lampugnano a Milano. Sentiremo l’opinione di Paolo Gentiloni, uno dei massimi esperti del settore in Parlamento, e di Sandro Parenzo, presidente di Madiapason (Telelombardia, Antenna 3 e Milanow). Mi auguro che dal dialogo possa emergere qualche idea per provare a vedere meno fosco nel futuro dell’emittenza locale.

Un commento su “Digitale: il sogno può diventare incubo

  1. Loris

    ciao Fabio, non ho purtroppo fatto in tempo a intervenire perché dovevo tornare a casa con i i mezzi (la sedicente “metropoli europea” fa partire l’ultima metrò a Lampugnano a mezzanotte!!), mi scuso se posto qui le tre notazioni tra le tante che avrei voluto dire:
    – a Vinicio avrei ricordato che in un Paese serio la commissione di vigilanza non esisterebbe: come ha detto anche lui, l’unica via d’uscita è sganciare la Rai dalla politica (centrosinistra compreso)… ma che si sbrighino perché tra un po’ non resterà più nulla
    – a Vianello e Sardoni avrei ricordato che lo stesso Mentana ha riconosciuto di esser passato dal 4% al 12% anche per inazione degli altri: Tg1 e Tg5 sono stomachevoli, ma vogliamo parlare degli altri due tg di Rai e Mediaset? è intollerabile
    – a Gentiloni avrei ricordato che se c’è questa disaffezione generalizzata per la politica non è certo per responsabilità dei cittadini: chi è stato al governo indegnamente senza risolvere il sempre più insostenibile conflitto d’interesse (magari più interessato a sapere se “abbiamo una banca?”…)?? il gruppo dirigente PD dovrebbe ringraziare gli elettori che non sono ancora andati a cercarlo (come il centrodestra si meriterebbe i forconi come in Nord Africa…)

    grazie dell’attenzione e scusa la lunghezza,

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