Tour nelle carceri lombarde 4: Bollate

20 agosto 2011 di fabio pizzul

Carcere di Bollate

Fa piacere, ogni tanto, poter parlare di esperimenti che funzionano. Anche nel mondo delle carceri. Bollate è uno di questi e, dopo la visita, viene subito da chiedersi perché questa non possa diventare la regola in un sistema penitenziario che troppo spesso rischia di costringere detenuti e agenti penitenziari a vivere e lavorare in condizioni non degne di un paese civile. Nella casa di reclusione di Bollate non si fa altro che applicare la legge, eppure sembra di vivere in un altro pianeta. E non perché si conceda chissà quali privilegi ai detenuti, semplicemente perché si tenta di accompagnarli davvero verso un possibile percorso di recupero. La struttura aiuta. I 1120 detenuti ospitati a Bollate sono leggermente al di sopra della capienza prevista (poco meno di 1000), ma gli spazi sono notevoli, visto che Bollate è il carcere con la superficie più ampia in Europa. Il 3 agosto i numeri parlavano di 494 tossicodipendenti, 108 detenuti con un lavoro esterno, 109 in permesso premio. Gli agenti in servizio effettivo sono 403, più che sufficienti per le caratteristiche di sorveglianza e detenzione previste dal carcere milanese.
La specificità di Bollate è il grande coinvolgimento del personale nella conoscenza dei detenuti e questo garantisce grossi vantaggi per i percorsi di trattamento. La maggior parte degli ospiti (consentitemi di definirli così) possono girare liberamente nella struttura e partecipano ad attività culturali e lavorative. Un’eccezione nel panorama lombardo che, da questo punto di vista deve ancora crescere. Il neo direttore Massimo Pagani (proveniente da Monza) può contare anche su 14 educatori effettivi che hanno la reale possibilità di seguire i progetti dei vari detenuti.
Tutto bene allora?
Rispetto ad altre carceri direi proprio di sì, ma anche a Bollate manca qualcosa perché il percorso di reinserimento possa definirsi compiuto.
C’è la necessità di creare un sistema stabile di relazione con le realtà istituzionali locali e con il Terzo settore del territorio per poter traghettare i detenuti in uscita verso un reinserimento sociale. Non si tratta di fare favori a nessuno: il problema è far sì che per chi esce dal carcere ci sia una effettiva chance di cambiare vita e non l’ineluttabile prospettiva di tornare dietro le sbarre.
Non sono mancati momenti significativi di collaborazione con i comuni del territorio, soprattutto attraverso lo strumento dei Piani di Zona, si tratta però di renderli stabili, anche perché i tagli delle varie manovre rischiano di mettere in seria discussione la possibilità di proseguire gli esperimenti fatti in passato.
Ma Bollate guarda avanti e ha in progetto nuove iniziative anche per il personale, da un nido aziendale aperto anche all’esterno a un giardino ricreativo, a nuovi spazi per lo sport, anche questi parti alla fruizione degli abitanti del territorio.
sostenere l’esperienza del carcere di Bollate è compito di tutti, istituzioni in primis. Se dovesse fallire o arretrare sarebbe una sconfitta. L’obiettivo è far sì che possa fare scuola e trascinare con i suo esempio anche le altre case di reclusione lombarde.

Un commento su “Tour nelle carceri lombarde 4: Bollate

  1. Sarah

    Buongiorno,
    sono un’Assistente Sociale e sto studiando per partecipare ad un progetto di collaborazione con l’UEPE navigando in cerca di materiale ho trovato il suo video e questo sito.
    Complimenti continui così

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