A proposito del caso Penati

1 agosto 2011 di fabio pizzul

Il Consiglio Regionale ha accolto all’unanimità, la scorsa settimana, le dimissioni di Filippo Penati dalla carica di vice presidente.
E’ stato lo stesso Penati a chiedere che venisse rispettata la sua decisione con un voto in tal senso.
Penati era presente in aula tra i banchi della minoranza e continua a svolgere il suo lavoro di consigliere nonostante lo stillicidio di notizie giornalistiche.
Mi pare gli vada dato atto di non volersi nè nascondere nè sottrarre alla necessità di chiarire tutto quanto gli viene addebitato.
Certo, quanto si legge sulla stampa non lascia nè sereni nè tranquilli, ma il miglior modo per affrontare questo momento è l’invito alla magistratura ad andare fino in fondo per consentire a tutti di conseguire i loro obiettivi: ai cittadini di veder chiaro, agli indagati di poter vedere riconosciute le proprie ragioni, a chi è nelle istituzioni di poter rivendicare che non è vero che tutti sono uguali.
Mi pare che in questi giorni si stia facendo un gran minestrone in un calderone che è molto facile riempire di vicende con valenza molto diversa.
Sull’opportunità politica di alcune scelte fatte in passato si può essere legittimamente più o meno d’accordo, ma non si può mettere vicende, ripeto, oggetto di valutazione politica, sullo stesso piano di fatti che potrebbero avere rilevanza giudiziaria.
E’ necessario quanto prima recuperare anche un profilo istituzionale più equilibrato e capace di garantire i diritti di tutti.
L’arrivo di un avviso di garanzia si è ormai traformato in una certezza di condanna.
Su questo devono fare autocritica il mondo dell’informazione e quello della politica (centro sinistra incluso) e l’intera opinione pubblica dovrebbe essere aiutata a non accettare di essere trascinata in processi sommari o a mezzo stampa e TV.
Il confronto tra le idee e, dunque, la politica (vi risparmio la lettera maiuscola) sono i grandi assenti di questo ultimo scorcio di vita italiana. Il rischio è che tutto si trasformi in gestione e che la mediazione politica venga considerata come una perdita di tempo. Risultato: le istituzioni sono state progressivamente gestite sempre più secondo criteri meramente aziendali con buona pace del rispetto dei ruoli istituzionali e degli equilibri previsti dalla legge.
Se i guasti della politica sono, ahimé, evidenti, i guasti dell’aziendalismo lo sono altrettanto e hanno dato il via a una vera e propria esplosione dei costi della politica e dei partiti. E i mezzi per finanziare queste vere e proprie macchine mangiasoldi (e produci clientele) purtroppo non sempre sono stati trasparenti. A patto di non avere un capo con mezzi enormi che garantisce e paga per tutti.
Mi pare pertanto quanto mai attuale il tema di una regolamentazione della forma partito, della democrazia interna e delle forme di finanziamento (cfr. volume di In dialogo “Democrazia nei partiti” qui la scheda). A questo proposito la normativa che permette di avere maggiori vantaggi fiscali per la donazione ai partiti piuttosto che alle onlus mi pare sia quanto meno discutibile.
Ci vuole il coraggio di scegliere nuove regole e una maggiore trasparenza e non la semplice voglia di difendere tutto ciò che si è fatto.
Fermo restando, senza voler scaricare nessuno, che la responsabilità è personale, le cattive abitudini comuni possono aver aiutato e quasi indotto a certi comportamenti.

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