Quando la Cassa integrazione non basta

5 aprile 2011 di fabio pizzul

Il tempo passa e la crisi non molla la presa sulle aziende lombarde. Gli strumenti messi in campo dalle istituzioni per mitigare gli effetti sui lavoratori non possono durare in eterno: la cassa integrazione è strumento necessario (che ha evitato pesanti conseguenze sociali), ma è un’arma spuntata di fronte al perdurare della crisi. Ecco quanto scrive la CISL della Lombardia in un’interessante analisi sulla situazione del lavoro in Lombardia datata febbraio 2011:

Nonostante l’impegno profuso dalla Regione e da tanti attori istituzionali per mantenere legate le persone al loro posto di lavoro, in uno spirito di collaborazione fra le parti sociali per evitare intanto la chiusura delle imprese o la delocalizzazione delle produzioni e il generarsi di conflitti sociali, ricordiamo a tale proposito che è stato prorogato il ricorso agli ammortizzatori per l’anno 2011, non è pensabile che ci si possa rassegnare ad un futuro di non lavoro. Gli effetti perversi di un utilizzo prolungato degli ammortizzatori rischiano di farsi sentire sia sulle aziende che sui lavoratori. Sulle aziende perché non permettono al decisore pubblico di valutare sino in fondo la capacità delle stesse di stare sul mercato, potendo esse contare sul supporto pubblico e di convogliare le risorse verso le aziende sane, in fase di momentanea difficoltà, ma con prodotti e tecnologie in grado di superare questa crisi. Sui lavoratori perché nell’immediato essi non riescono ad immaginare che in futuro la loro azienda, e con essa il proprio lavoro, possa anche non esserci più. A ciò si aggiunge la difficoltà a mettersi intanto nell’ottica di doversi ricollocare, magari ad un’età in cui si pensava di avere consolidato la propria esperienza professionale. Il protrarsi della cassa, poi, aumenta il rischio di obsolescenza delle competenze che, unita al protrarsi del periodo di inattività, rende il lavoratore meno appetibile nei confronti delle aziende che sul territorio valutano nuove assunzioni e rendono più gravoso il processo di riqualificazione del lavoratore stesso. Il perdurare della cassa integrazione rischia di scoraggiare il lavoratore e di allentare la sua propensione alla ricollocazione.

Gli ammortizzatori sociali rischiano di avere effetti perversi sulla capacità di generare lavoro e di sostenere le imprese con possibilità reali di rimanere sul mercato. Servono politiche attive nel campo del lavoro e Regione Lombardia su questo fronte non ha saputo dare il giusto impulso a un sistema che fatica a trovare la via d’uscita dalla crisi. Forse Formigoni sperava fosse sufficiente temporeggiare per attendere che si aprisse una nuova fase di sviluppo. Purtroppo la crisi sta durando più del previsto (o di quanto si sperava) e le aziende che potrebbero non trovare più spazi di mercato sono sempre più numerose. Regione Lombardia non può più limitarsi ad annunciare risorse che vengono messe a disposizione delle aziende in bandi di varia natura, deve giocare un ruolo attivo nello stimolare le imprese a percorrere strade nuove per evitare che il tessuto produttivo lombardo si impoverisca in modo irrimediabile. Il settore Hi-Tech è in questo senso paradigmatico: a fronte dei proclami di Formigoni sulla banda larga e sulla necessità di superare definitivamente ogni digital divide, abbiamo troppe imprese che tirano i remi in barca e rinunciano a ricerca e sviluppo per concentrarsi esclusivamente sulla parte commerciale e sull’assistenza. La nostra regione ha voluto identificare un distretto dedicato specificamente all’Hi-Tech (Vimercatese e Martesana), ma, tolti i sacrosanti ammortizzatori sociali, non si sta muovendo per difenderne la specificità e il futuro produttivo. E’ tempo che su questo fronte la Regione si ponga nell’ottica di promuovere politiche attive in campo industriale, non per tornare a malcelate forme di “statalismo”, ma per incoraggiare gli imprenditori che hanno ancora un po’ di fiato da spendere e per attirare investimenti verso la Lombardia. Stare fermi, in questo e in altri campi, significa perdere definitivamente il treno dell’innovazione e dello sviluppo e condannare il nostro territorio a riempirsi di attività a basso valore aggiunto tecnologico ed economico.

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