Libia: che non parlino solo le armi

23 marzo 2011 di fabio pizzul

Proseguono gli attacchi sulla Libia, ma prosegue anche la resistenza spavalda di Gheddafi.
Come al solito, gli interventi armati che sulla carta paiono sensati e limitati, rischiano di trascendere e provocare conseguenze difficilmente valutabili.
La comunità internazionale non sembra compatta e la stessa Italia è preda di atteggiamenti ondivaghi.
Mi sono già espresso su questa guerra definendola una sconfitta per tutti, come ogni guerra.
Ma quale futuro ci aspetta?Ora guardo con grande preoccupazione ai possibili sviluppi, non tanto per i rischi che il nostro Paese potrebbe correre in termini di arrivo di profughi o minacce di ritorsioni dei fedelissimi del Rais, quanto per i possibili scenari mediterranei del dopo crisi. E non penso solo alle conseguenze economiche e alle pur legittime (anche se un po’ populiste) preoccupazioni di chi sostiene che a noi arriveranno solo i profughi e a Francia e Gran Bretagna toccherà il petrolio. Penso piuttosto a che cosa potrà diventare il Mediterraneo se la Libia verrà divisa in due stati (Tripolitania e Cirenaica) e quanto potrà essere preda di rigurgiti fondamentalisti e nazionalisti fuori controllo. Mubarak, Gheddafi e Ben Alì sono stati per troppi anni un comodo paravento per affari che hanno badato più alle necessità dell’occidente che allo sviluppo del Nord Africa. Pensavamo di aver trovato la quadratura del cerchio, ci siamo invece ritrovati con una bella linea spezzata e tanti punti interrogativi sul futuro.

Quando parlano le armi non è facile ascoltare altre voci, ma è quanto mai necessario che si creino le condizioni perché vengano individuati e fatti crescere interlocutori credibili e affidabili sull’altra sponda del Mare Nostrum. La diplomazia dovrebbe servire soprattutto a questo e non solo a tutelare i pur legittimi e importanti affari dei nostri stati e dei nostri imprenditori. La presenza di piccole, ma significative comunità cristiane in quei luoghi dovrebbe offrirci lo spunto per riflettere su come creare le condizioni per costruire un futuro condiviso. Al di là di contrapposizioni e guerre, più o meno sante. E, a proposito di cristiani, vale la pena riflettere anche qui da noi su che fine abbia fatto l’impegno, la cultura e l’educazione alla pace.Vi invito a leggere, a questo proposito, una riflessione dell’amico Giorgio Bernardelli su vinonuovo.it.

Altro capitolo da non trascurare è quello della cooperazione internazionale, da sempre importante strumento di complemento per una saggia politica estera, ma ora messa a dura prova dai tagli del bilancio centrale e locale (Regione Lombardia, ad esempio, ha praticamente chiuso ogni sostegno alle ONG).

Mi auguro che nelle segrete stanze della diplomazia si stia parlando anche di questo e non solo di chi debba comandare le operazioni militari.

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