La schiavitù di dottorandi e ricercatori

23 ottobre 2010 di fabio pizzul

Li chiamano dottorandi, ma fanno i docenti. La carriera accademica nell’università italiana incomincia, nei casi più virtuosi, con il lavoro di tesi o con la collaborazione a una ricerca lungo il percorso di studi. E’ infatti tra gli studenti che ha avuto modo di testare direttamente, che un docente universitario seleziona i propri collaboratori futuri. Non tutti i docenti, però, sono in grado di farlo. Chi volesse fare carriera accedemica è avvisato: non serve scegliere la materia che più vi piace o il professore più in gamba, occorre iniziare a collaborare con il professore più potente. In genere è meglio che sia un ordinario – il livello di inquadramento massimo in una università e ricavabile consultando il sito dell’ateneo – ma non sempre è sufficiente. Occorre che sia uno dei docenti che fanno parte delle commissioni di selezione dei dottorandi. In genere può essere utile chiedere chi siano alla segreteria affari generali o all’ufficio che si occupa dei dottorati. I concorsi per diventare dottorando prevedono di solito che la metà dei posti sia retribuita con borsa di studio pari a circa 1.000 euro mensili per tre anni. Chi lavora può svolgere il dottorato a spese proprie con minori oneri di presenza in università – ma anche a scapito della possibilità di collaborare a stretto contatto con i docenti e acquisire credito presso di loro per la carriera futura. Chi ambisce alla borsa di studio non ha scelta: deve conoscere in anticipo i membri della commissione esaminatrice e aver avuto modo di lavorare con loro. Solo in questo modo saprà quali temi trattare e quali autori citare durante le prove scritte e durante l’orale – in genere le domande sono talmente generali che solo chi sa di cosa si occupano normalmente i docenti selezionatori può sperare di essere valutato positivamente. Scegliere un proprio candidato non sulla base di un esame secco, ma attraverso una collaborazione più consolidata non è un male, ma questo allunga i tempi di ingresso e soprattutto avvia una preselezione tra chi conosce questo meccanismo e chi lo impara sulla propria pelle a furia di errori. Le università dovrebbero rendere trasparente e comunicare il reale meccanismo di selezione dei dottorandi, ma non possono per ragioni di correttezza del bando pubblico, che per sua natura non potrebbe avvenire secondo le logiche sopradescritte. Ottenuto il dottorato con borsa, l’obiettivo dovrebbe essere lo sviluppo di una ricerca, possibilimente di caratura internazionale – integrabile con un soggiorno all’estero pari a circa metà dei tre anni di formazione e retribuito con un aumento della metà della borsa durante il soggiorno fuori dall’Italia. Nella prassi, se si vogliono avere delle possibilità di vincere il concorso da ricercatore, che avvia la carriera universitaria in modo stabile, i dottorandi diventano nella maggior parte dei casi manovalanza intellettuale a disposizione dei docenti di riferimento. Ai dottorandi vengono assegnate le lezioni e le tesi di laurea, nonchè le pratiche amministrative e burocratiche che riguardano i docenti. Il motivo è che i docenti fanno carriera e guadagnano non in funzione di quanto insegnano bene, ma in funzione del numero di ricerche e pubblicazioni che producono e del numero di altri docenti che li citano nei loro libri. La didattica resta dunque prassi di seconda importanza. Tale meccanismo continua per coloro che riescono a diventare ricercatori. Costoro, lo dice il nome, dovrebbero fare ricerca, ma finiscono nella maggior parte dei casi a occuparsi soprattutto della didattica, con progressivo indebolimento e allungamento della loro carriera – che come è stato detto sopra dipende dal numero di pubblicazioni, ricerche e citazioni scientifiche che si ottengono. Fare in modo che tutti gli studenti conoscano questo meccanismo è un passo concreto per garantire, da un lato trasparenza e meritocrazia – se tutti hanno uguali informazioni possono giocare con le stesse regole le proprie carte -, e dall’altro spronare le istituzioni a studiare riforme utili ai cervelli veri – in fuga e non – piuttosto che alle università intese come apparato. Il meritevole bando di Regione Lombardia (BURL 42 del 19 ottobre 2010) poteva essere uno strumento per farlo, ma a fronte di alcune innovazioni, non si dimostra in grado di incidere sulla situazione. Del resto, però, il problema vero è la riforma Gelmini, che piace più ai rettori che ai ricercatori.

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