LA PROVOCAZIONE DI CAVOUR

10 agosto 2010 di fabio pizzul

Ricorre proprio oggi il 200esimo anniversario della nascita di Cavour, uno degli artefici del processo di unificazione dell’Italia.
Figura discussa, Cavour non ha mai goduto di grandi simpatie e popolarità. Lo testimonia, come scrivono oggi vari quotidiani, anche il fatto che non abbia mai avuto grande fortuna a livello cinematografico o televisivo. Una fiction, ormai, non la si nega a nessuno, ma Cavour non ha avuto il privilegio di poterne ottenere una. Ernesto Galli della Loggia oggi sul “Corriere” tesse l’elogio di Cavour come di un politico di razza che ben sapeva come ottenere ciò che riteneva giusto e utile per il bene dello stato. Politici, sostiene della Loggia, che ormai oggi sono scomparsi in un’Italia che può contare solo su “vuoti moralisti” o “scaltri magliari” uniti da un’irrefrenabile propensione alla faziosità.
Della Loggia traccia un sommario elenco delle caratteristiche che fecero di Cavour un grande politico: “Il rifiuto della retorica e della presunzione di sè, l’obbedienza alle regole, un radicato senso del dovere, la tenacia, un certo abito pessimistico”. Tutte caratteristiche che portano Della Loggia a definire Cavour uno straniero in patria.
Al di là dell’idealizzazione di Cavour, cui lo stesso Della Loggia non mi pare sfuggire,  vale la pena di rimpiangere, questo sì, la sua vocazione ad essere politico vero, capace di vedere al di là delle convenienze di breve respiro.
Ho scovato su Internet un brano tratto da una raccolta di scritti curata dal grande storico Gabriele De Rosa e dedicata all’atteggiamento del giovane stato italiano di fronte alla Rerum Novarum. Nel testo viene riportata una lettera di istruzioni di Cavour al conte Pantaleoni  e all’abate Passaglia, due emissari del governo sabaudo che avevano il compito di sondare le possibilità di risoluzione della “questione romana”. Nelle parole di Cavour si legge grande realismo e una grande considerazione per il ruolo della Chiesa in Italia, fino a considerarla uno dei pochi strumenti per cementare l’unità del Paese ancora tutta da costruire. Ma ecco le parole di Cavour:

Il popolo italiano è profondamente cattolico. La storia dimostra che niun scisma potè mai mettere vaste radici in Italia… Questa perfetta omogeneità delle popolazioni italiane sotto il rapporto religioso dimostra che, quando venisse a cessare il funesto dissidio esistente tra Chiesa e Stato, il clero non avrebbe a temere che alcuna rivalità, alcuna influenza opposta alla religione cattolica combattesse o limitasse l’esercizio legittimo dell’azione, che naturalmente gli compete. L’Italia è quindi la terra in cui la libertà produrrebbe gli effetti più favorevoli agli interessi della Chiesa, il campo destinato dalla Provvidenza all’applicazione del principio Libera Chiesa in libero Stato. Rivendicare la completa indipendenza della Chiesa dallo Stato nella sfera delle cose spirituali, è senza dubbio la più nobile ed elevata missione che Papa Pio IX possa assumere… Non v’ha dunque che un modo di fondare sopra solide basi  l’indipendenza effettiva del papato e della Chiesa: è il rinunciare al potere temporale… Queste considerazioni inducono il governo di S.M. a proporre, come basi di negoziati puramente officiosi, da un lato la rinuncia al potere temporale, dall’altro l’offerta delle più ampie guarentigie di completa indipendenza nell’esercizio del potere spirituale.

La storia andò poi in una direzione diversa, con i governi italiani che si preoccuparono più di limare le questioni diplomatiche che di utilizzare la Chiesa come collante unitario per la neonata Italia.
Le indicazioni contenute nella missiva di Cavour mi paiono però una bella testimonianza della capacità di guardare oltre il contingente, di accompagnare alla politica che gestisce l’esistente una propensione a immaginare il futuro. Un laico iper-liberale in odore di massoneria come Cavour non aveva problemi a riconoscere il ruolo e il valore della Chiesa. Nelle parole di Camillo Benso c’è sicuramente una dose di opportunismo, ma, mi pare, anche la capacità di immaginare scenari di più ampio respiro.
Una capacità di cui oggi la politica avrebbe grande bisogno.

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