QUALCHE IDEA SU MILANO (1)

8 luglio 2010 di fabio pizzul

Sfrutto ancora, e dovrete accettarlo per qualche giorno, il Rapporto su Milano 2010 dell’Ambrosianeum.
Ed ecco allora qualche citazione e qualche idea su Milano.

La realtà urbana si configura come luogo principe in cui si misura la capacità di una collettività di creare benessere, costruire coesione sociale, gestire i fenomeni di vulnerabilità, marginalizzazione, disuguaglianza. Ciò appare particolarmente vero a Milano che per più motivi si presenta come un’esperienza esemplare, dimostrativa e forse anche istruttiva. (pg. 31)

Quanto siamo consapevoli di una realtà come quella qui descritta? La città è stata letta e usata in questi anni come catalizzatore di tensioni e non come luogo capace di comporre, smussare e rilanciare. Una forte responsabilità in questo senso viene giocata da chi amministra: più che gettare benzina sul fuoco, dovrebbe porsi come costruttore di futuro, al di là delle legittime preoccupazioni e paure dei suoi concittadini. Chi cavalca la paura invece di gestirla e stemperarla, non lavora per il futuro della città, ma solo per il proprio consenso.
Milano deve tornare città capace di evitare la marginalizzazione e la disuguaglianza. Si legge ancora nel Rapporto (pg. 43): “le differenze sono disorientanti, la stranierità incute paura, lo sconosciuto è facilmente percepibile come nemico, ma la città può evitare queste emergenze: ne va della sua vocazione”. Gli anni che stiamo vivendo rischiano davvero di rubare l’anima (la vocazione appunto) della città.

E’ giunto il tempo di siglare un patto tra istituzioni politiche, servizi sociali, imprese e famiglie che avvii la sperimentazione di pratiche che consentano alle famiglie stesse di condurre in modo efficace e soddisfacente la propria vita quotidiana. (pg. 38)

Si può parlare a Milano di sostegno e di conciliazione mettendo al centro la famiglia? Ritengo di sì, anzi, penso che parlare di famiglia a Milano possa davvero essere considerato “rivoluzionario”, perché rischiamo sempre e solo di ragionare di una città per individui che lavorano, consumano, si divertono, ma non trovano una sintesi alla propria vita in relazioni che generino benessere (e non solo piacere). La famiglia può diventare, al di fuori di ogni retorica, questo luogo sintetico.

A Milano la chiesa locale immette fermento nella società civile, attiva reti di solidarietà e, grazie anche alla presenza capillare sul territorio delle parrocchie, ma non solo a loro, riesce a leggere e ad accogliere i bisogni della gente, a promuovere risposte, a lasciare quindi una traccia visibile nel welfare cittadino. (pg. 44)

Chi guarda al futuro della città non può dimenticare la rete del cattolicesimo ambrosiano. Siamo lontani dai tempi dei grandi numeri e qualche fatica affiora anche nelle parrocchie, ma le energie positive lavorano carsicamente e affiorano in modo costante garantendo alla città una tenuta insospettabile e difficile da leggere secondo le logiche mediatiche. Milano, e soprattutto chi la vuole guidare in futuro, non può trascurare questo patrimonio e non può neppure limitarsi (come talvolta è accaduto anche in tempi recenti) a blandire formalmente il mondo cattolico promuovendo poi modelli di sviluppo e convivenza per molti versi inconciliabili con i valori evangelici.

Tracciare confini significa propriamente istituire delle distinzioni, creare delle coerenze interne, limitare i punti di contatto tra le parti per controllare i conflitti, detrminare delle differenze, legittimare delle disuguaglianze. Lo stesso accade quando quando tali confini sono tracciati in modo implicito, apparentemente invisibile, perché persino le distinzioni “immaginarie” che si attivano nella mente degli appartenenti alla comunità non sono affatto immateriali negli esiti e producono conseguenze reali sul piano sociale. (pg. 45)

Viviamo in una Milano dove i confini e i muri rischiano di essere l’unica cosa che costruita negli ultimi anni. Confini giocati come elemento di rassicurazione e diventati striscianti lacerazioni di un tessuto sociale che si illude di aver mantenuto le tradizionali caratteristiche di socialità e apertura. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: una città frantumata e smarrita che fatica a immaginarsi capace di uscire dalla crisi. Il cammino accidentato verso Expo è metafora efficace di tutto questo: neppure un ambizioso obiettivo comune riesce a comporre le fratture (tra blocchi di potere politico ed economico), le procedure e gli equilibri contano più dei contenuti e i cittadini rimangono i grandi assenti, perché l’unico vero obiettivo sembra essere quello economico. La stessa sede di Expo racconta di separatezze e lontananza della città e di affari (la disputa sulle aree) che poco hanno a che fare con la necessità di consegnare l’evento alla città e ai cittadini.

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