IL CUORE DI MILANO

13 maggio 2010 di fabio pizzul

Ho letto con grande interesse l’appello per un nuovo progetto sulla città di Milano rilanciato quest’oggi dal “Corriere della Sera”.
Il vice direttore Giangiacomo Schiavi, l’economista Marco Vitale e lo psicopedagogista Fulvio Scaparro fanno sintesi del dibattito comparso sulle pagine del Corrierone negli ultimi mesi e rilanciano la necessità di restituire a Milano la sua dignità di città simbolo e traino dell’intera Italia.
Un appello importante che mira ad andare oltre quella che possiamo definire frammentazione di una città che ha perso la sua anima e la sua capacità di pensarsi come una comunità in grado di produrre coesione e innovazione.
Milano si è frantumata in una miriade di schegge (quasi fossero cocci di un manufatto prezioso caduto rovinosamente a terra) che faticano a riconoscersi a vicenda. Sono frammenti che pretendono di essere autosufficienti, ma che si scoprono giorno per giorno fragili e impotenti di fronte alla sfide che la crisi e la globalizzazione impone.
Milano deve tornare protagonista del suo destino, scrive il Corriere, ma non lo farà se non grazie ai milanesi, non solo quelli illustri e noti interpellati dai media per dire la loro su ogni argomento, ma soprattutto grazie ai cittadini normali di ieri (gli anziani), di oggi e di domani (tra questi anche molti stranieri).
L’ampio articolo di oggi (vi invito a leggerlo su www.corriere.it) richiama un decalogo e cinque punti che non sto qui a riassumere, ma che offrono una provocazione interssante che fa anche da titolo alle due pagine: “Manifesto per Milano – il coraggio e l’orgoglio”.
Non so se è stata una scelta consapevole, ma l’aver fatto il verso al famoso pamphlet della Fallaci (La rabbia e l’orgoglio) mi pare una scelta efficace che indica anche una strada possibile. Dalla rabbia, sentimento che caratterizza molti atteggiamenti dei milanesi di oggi, dobbiamo passare al coraggio. E’ compito di tutti, nuovi e vecchi milanesi, anziani e giovani cittadini, professionisti e disoccupati… E’ compito anche dei politici che devono smetterla di considerare la città una sorta di proprietà privata o terra di conquista e giocarsi davvero nel rimettere assieme i cocci con tutto il coraggio e l’orgoglio che speriamo sia loro rimasto.

Oh, che gaffe! Ho usato parlando di politici la seconda persona plurale, ma ormai devo usare la prima.
Rifo: E’ compito anche di noi politici che dobbiamo smetterla di considerare la città una sorta di proprietà privata o terra di conquista e giocarci davvero nel rimettere assieme i cocci con tutto il coraggio e l’orgoglio che speriamo ci sia rimasto.
Ci proveremo. Promesso.

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